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Tramonto

László Nemes

Budapest, 1913, la giovane Irisz Leiter torna nella sua città natale dopo un lungo periodo di assenza per cercare le radici della sua famiglia, un tempo proprietaria di un lussuosissimo negozio di cappelli: i suoi genitori sono infatti misteriosamente morti in un incendio quando Irisz era piccola e la ragazza non ha altro appiglio, per la sua indagine, se non tornare nel negozio. Si ritroverà invischiata in una serie di eventi misteriosi, legati allala fine dell’impero asburgico mentre la complessità del reale sembra trasformarsi in sogno e allucinazione. Nemes prova infatti a ricreare le tensioni politiche e sociali dell’epoca senza mostrarle esplicitamente, alla ricerca di una risposta che stenta a palesarsi non concedendo certezze di alcun tipo né ai protagonisti del film né agli spettatori.


Napszállta
Ungheria/Francia (142′)

  Al secondo lungometraggio dopo il folgorante esordio de Il figlio di Saul (2015), László Nemes conferma il suo incredibile talento confezionando un altro dramma storico che ha molto da spartire con il film precedente, seppur si tratti di un progetto decisamente nuovo e originale. Dopo aver raccontato gli orrori dell’Olocausto, l’autore ci conduce ora agli albori della Prima guerra mondiale, quando l’Europa viveva giorni di costante tensione, pronta a esplodere. Infatti, in anni di grandi innovazioni tecnologiche (come dimostrano le vedute ottiche ottocentesche che anticipano la venuta dello spettacolo cinematografico) la minaccia del conflitto mondiale è incombente e invece che portare il mondo verso un domani migliore lo condurrà al suo tramonto (il sunset del titolo originale).

 

La vicenda individuale di Irisz (alla ricerca di un presunto fratello perduto, esattamente come il figlio del Saul protagonista del primo film) si riflette così nell’inquietudine storica rappresentata con rara sapienza cinematografica, grazie a lunghe inquadrature avvolgenti e labirintiche capaci di disorientare lo sguardo del pubblico per immedesimarlo in un ambiente di fervente violenza pronta a manifestarsi da un momento all’altro. Nemes riesce così a ricreare le tensioni politiche e sociali dell’epoca senza mai mostrarle esplicitamente, ma accarezzandole di striscio per concentrarsi primariamente sulla storia della sua protagonista invece che sulla Storia internazionale. La parabola di Irisz attraversa tutte le classi sociali alla ricerca di una risposta che stenta a palesarsi per via di una disumanità talmente omogenea e costante da non concedere certezze di alcun tipo né ai protagonisti del film né agli spettatori, in una simbiosi perfetta volutamente ricercata che rende il film ancora più apprezzabile.

longtake

  Film enorme. Capolavoro vero, altroché. Anche, il film più divisivo del concorso veneziano A distanza di giorni dalla sua proiezione – una rivelazione, un’epifania – Sunset continua a innescare discorsi, confronti, passioni, indignazioni. Non ce lo si aspettava. Non ci si aspettava tanta divisività dall’ungherese László Nemes, anni 41, dopo il suo fondamentale Il figlio di Saul, punto di svolta e pure di non ritorno nel cinema dell’Olocausto, che aveva messo d’accordo tutti e vinto un Oscar. Un autore che sembrava votato al consenso unanime e che invece con questa opera seconda si colloca tra i radicali della macchina da presa. Ci si chiedeva cosa avrebbe mai fatto, cos’avrebbe mai potuto fare di più grande del  Figlio di Saull, già lo si immaginava di quei registi di un solo film, inchiodati a un unico, irripetibile successo (…). E invece eccoci qui a sperare che la giuria gli dia per Sunset il Leone che si merita. Anche perché, ulteriore miracolo, è riuscito a rivitalizzare e riscrivere il genere più stantio e a rischio manierismo che ci sia, il period movie, innervandolo di nuove energie e di una visione fosca del mondo, della storia, del cinema. >>

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