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The Irishman

Martin Scorsese

Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci sono i protagonisti dell’ultimo film di Martin Scorsese, un’epica saga sulla criminalità organizzata nell’America del dopoguerra, raccontata attraverso gli occhi del veterano della Seconda Guerra Mondiale, Frank Sheeran – imbroglione e sicario – che ha lavorato al fianco di alcune delle figure più importanti del 20° secolo. Il film racconta, nel corso dei decenni, uno dei più grandi misteri irrisolti della storia americana, la scomparsa del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa, e ci accompagna in uno straordinario viaggio attraverso i segreti del crimine organizzato: i suoi meccanismi interni, le rivalità e le connessioni con la politica tradizionale Un’epopea “testamento”, dove l’intreccio e lo scorrere del tempo sembrano fondersi in un unicum “definitivo” per il genere.


USA 2019 (209′)


   Il tempo passa anche per i gangster, scorre inevitabile. Tanto più in quest’ultimo film di Martin Scorsese, The Irishman, dove il passare degli anni è sottolineato dalla tecnologia digitale che ha ‘giocato’ con l’età dei suoi principali protagonisti, tutti attori da Oscar come Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Un film molto malinconico, quasi un testamento, dove aleggia sempre la difficile condizione umana, la sua precarietà. Presentato alla Festa del Cinema di Roma e in sala da novembre per poi approdare su Netflix dal 27 novembre, The Irishman è un’epica saga sulla criminalità organizzata nell’America dal dopoguerra ad oggi. La storia, raccontata attraverso gli occhi di Frank Sheeran (De Niro) veterano della Seconda Guerra Mondiale, imbroglione, eterno gregario e soprattutto sicario che ha lavorato al fianco di alcune delle figure più importanti del XX secolo tra cui il leggendario sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino) con cui instaura un autentico rapporto di amicizia. Tratto dall’omonimo libro di Charles Brandt, il film racconta, nel corso di decenni (si arriva fino al 2000), uno dei più grandi misteri irrisolti della storia statunitense, la scomparsa di Hoffa, basandosi anche su anni di interviste rilasciate da Frank Sheeran a Charles Brandt, noto procuratore che ha condotto innumerevoli inchieste sulla malavita americana.


E l’Irlandese, come rivela il film e il libro, alla fine si è detto responsabile di più di venticinque omicidi, tra cui quello dello stesso Jimmy Hoffa. Sullo sfondo di rivelazioni come il coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy e il racconto del tradizionale rapporto tra politica e mafia in Usa, il film ci porta dentro il mondo criminale degli anni Settanta.
Un mondo tutto maschile, fatto d’onore, rituali da rispettare, pistole da scegliere (secondo l’omicidio da perpetrare), camicie sporche di sangue da farsi lavare dalla disponibile moglie. Centrali in The Irishman i ‘duetti’ tra De Niro e Al Pacino, così bravi da fagocitare il film e farlo scomparire di fronte ai loro teatrini. Al Pacino/Hoffa è pieno di vezzi fino all’ossessione: intanto non sopporta i ritardi, ama il gelato e trova sconveniente ritrovarsi a un incontro di lavoro, anche fosse con il peggiore dei killer, con una persona non vestita adeguatamente.
A rendere questo film una sorta di ibrido, tra classicità e avanguardia, è soprattutto il confronto con il tempo grazie alle tecnologie messe in campo per ringiovanire i protagonisti del film, che ha reso, tra l’altro, The Irishman un lavoro più che travagliato a livello economico. Così, non a caso, il film è passato dalle mani di una Paramount, spaventata dall’elevato costo della pellicola. Per l’effetto fontana della giovinezza delle attempate superstar – da Ray Romano a Jack Huston, da Bobby Cannavale a Stephen Graham da Harvey Keitel a Kathrine Narducci – è stata chiamata la “Industrial Light & Magic” già resa celebre dalla saga di Star Wars. Sì perché, va detto, che questo film racconta di fine vita e destino umano, inizia non a caso in un ospizio dove troviamo un De Niro molto vecchio, un uomo che ha già scelto e comprato la sua bara, che prega con un sacerdote e che dice, con immensa complicità, a una giovane infermiera che lo assiste: “Stia attenta il tempo va veloce”. Frase cult del film, quella cinica di Sheeran: “Perché tre persone mantengano il segreto, due devono essere già morte”..

Francesco Gallo – ansa.it

 Nessun altro, mai, potrà riavvicinarsi al mafia-movie. Dopo Goodfellas (Quei bravi ragazzi) e Casino, Martin Scorsese torna sul territorio cinematografico “manifesto” della sua enorme, straordinaria filmografia, realizzando con The Irishman (dal libro di Charles Brandt, adattato per lo schermo da Steven Zaillian, che per Scorsese scrisse nel 2002 Gangs of New York) un’opera-testamento fluviale (209 minuti) e definitiva.
Attraverso tre fasi temporali che toccano almeno un cinquantennio di storia americana (con gli attori ringiovaniti digitalmente grazie ad un sistema di telecamere e software in grado di catturare le espressioni facciali restituite poi da versioni 3D computerizzate), siamo introdotti e guidati nel racconto da Frank Sheeran (Robert De Niro): veterano della Seconda Guerra Mondiale, trasportatore di carne, finisce nelle grazie di Russell Bufalino (Joe Pesci), uomo che dietro alla sua azienda di tendaggi nascondeva enormi attività illegali. Bufalino introduce Frank Sheeran nel mondo della criminalità e caldeggia una sua amicizia con Jimmy Hoffa (Al Pacino), il controverso presidente dell’International Brotherhood of Teamsters (Fratellanza internazionale degli autotrasportatori), celebre leader del sindacato più potente del paese. Negli anni ‘60 Hoffa, personaggio ambizioso assetato di potere e coinvolto in attività criminali, era stato condannato per corruzione, frode e per aver manipolato una giuria. Dopo cinque anni esce dal carcere deciso a tornare agli antichi splendori. La sua arroganza e imprevedibilità lo portano a inimicarsi gli esponenti della malavita a cui è legato.


“Uscendo lasci la porta un poco aperta, non mi piace sia chiusa del tutto”. È l’ultimo spiraglio che Scorsese concede all’anziano, unico superstite, Frank Sheeran. Superstite di un’organizzazione che attraverso la quotidianità di un male che seguiva logiche e dinamiche di una banalità sconcertante finì per permeare, corrompere e delineare le sorti di un’intera nazione, dall’elezione di JFK al successivo, tragico omicidio di Dallas, dai legami strettissimi con Hoffa alla misteriosa “sparizione” dello stesso.
Scorsese filma un’epopea magniloquente, dove l’intreccio e lo scorrere del tempo sembrano fondersi in un unicum difficilmente ripetibile (…) The Irishman è il lento, inesorabile canto del cigno di un genere che, da qui in avanti, dubitiamo potrà più avere epigoni lontanamente paragonabili. Il crepuscolo di un cinema che, supponiamo, non esisterà più.

Valerio Sammarco – cinematografo.it

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