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Cléo dalle 5 alle 7

Agnès Varda

Una giovane cantante teme d’essere minacciata da un male incurabile. In attesa della diagnosi, per due ore, considererà in modo diverso i suoi rapporti con le persone e con la vita. Una delle opere chiave dell’opera della Varda, un racconto delicato e penetrante che vaga nella psiche della giovane seguendone passo dopo passo l’evoluzione nell’arco delle due ore.

Cléo de 5 à 7
Francia 1962 (90′)
edizione restaurata

Cléo è una cantante che ha condotto la sua vita senza porsi troppi problemi, viziata e vezzeggiata da quelli che la circondano. Le 2 ore del titolo sono quelle che precedono la consegna dei risultati delle analisi che le riveleranno se è affetta o no dal cancro. Al di là della prodezza tecnica (l’equivalenza tra il tempo del film e il tempo dell’azione), quest’ammirevole dramma intimista indaga sulla trasformazione della psicologia di una donna che esce dall’egoismo e dalla frivolezza per aprirsi alla vita, interessandosi agli altri. Bel commento musicale del trentenne M. Legrand e bellissima la canzone “Sans toi”.

Il Morandini – dizionario dei film

Considerata unanimemente una delle opere chiave dell’opera di Agnès Varda, Cleo dalle 5 alle 7 è un racconto delicato e penetrante che vaga nella psiche della giovane cantante Cléo Victoire, seguendone passo dopo passo l’evoluzione nell’arco di sole due ore (dalle 5 alle 7, appunto). Tutta la pellicola, difatti, consiste nella narrazione cronologica di queste due ore pomeridiane del solstizio d’estate, in cui la smarrita protagonista Cléo (una bellissima Corinne Marchand, che a me ha ricordato la Lolita di Stanley Kubrick, ironicamente anch’essa del ’62) vagabondeggia per una Parigi caotica, alla ricerca di una serenità che ha perso di fronte alla paura della morte, presentatasi sotto la forma di una potenziale malattia, il cui esame diagnostico attende per fine giornata.
Dalla visita disperata al cospetto di una cartomante fino all’arrivo in ospedale, l’angoscioso percorso di Cléo è presentato ininterrottamente, senza ellissi, rendendo il film allo stesso tempo documentario e soggettivo. Le strade e i caffè parigini, i tragitti in taxi, i parchi, i negozi: in Cleo dalle 5 alle 7 sono tutti sono esposti sia per come sono realmente, in una concezione realistica che colloca la Varda tra i più influenti esponenti della Nouvelle Vague, sia attraverso la lente personale della protagonista, che, superstiziosa e naturalmente pessimista, scorge ovunque segnali funesti. Ancor più terrificante è il muro emozionale che la paura erge tra Cléo e i suoi più cari affetti, i quali vengono rigettati quasi istericamente in un crescendo di incomunicabilità antonioniana sino al momento della sostanziale salvezza, del rilascio, della libertà, realizzata proprio attraverso il catartico superamento del muro.
La fotografia, nelle mani dell’amico Jean Rabier, è mirabile e direi assolutamente straordinaria per la difficoltà d’esecuzione delle rocambolesche riprese urbane, in particolar modo alla luce della tecnologia a disposizione a inizio anni ’60. Scelte curiose come l’iniziale switch da colore a bianco e nero, il film-within-the-film con il cameo dell’amico Jean-Luc Godard e le funamboliche cornici del traffico cittadino di Parigi testimoniano lo sperimentalismo di una regista che, si percepisce, aveva l’intenzione d’impressionare. Ci riesce, in particolare con un paio di meravigliosi close-up destinati a rimanere sulle locandine delle rassegne dei cinema più nostalgici.

Coerentemente con l’intento e con la provenienza artistica della Varda, la scenografia sobria è meno appariscente, meno manifesta, ma altrettanto efficace nel palesare le prerogative stilistiche che per molti versi differenziano l’autrice dal proprio ambiente di riferimento. Nello specifico, è apprezzabile un intento elegantemente simbolista in elementi di scena quali l’enorme asettico appartamento di Cléo, o le sculture astratte, o ancora le infauste maschere africane, che evocao la sequenza della danza tribale presente nell’Eclisse di Michelangelo Antonioni. Allo stesso tempo, comunque, è chiaramente discernibile in Cleo dalle 5 alle 7 l’impegno avanguardista di dipingere la realtà caotica della capitale francese nella maniera più autentica e oggettiva possibile, immersa nella quotidianità e nel divenire e dunque lontana dalla staticità esibita e artefatta emblematica del cinema classico.
Cleo dalle 5 alle 7 è un film coraggioso e intraprendente, che fa dell’istinto immaturo e capriccioso di Cléo, palpabilmente impreparata ad affrontare un travaglio simile, uno
Se gli si dovesse affibbiare un’etichetta probabilmente si finirebbe per definirlo un pellegrinaggio esistenziale, una quaestio sull’effimerità della vita, eccetera.Tuttavia sarebbe un giudizio approssimativo perché il film della cineasta francese trascende le problematiche comuni agli autori dei Cahiers du Cinéma e si spinge oltre, verso una poetica personale ed
Agnès Varda con Cleo dalle 5 alle 7 ci consegna una perla assoluta, capace di conciliare i temi cari al milieu artistico della Nouvelle Vague (in sintesi: la finitudine, l’isolamento, l’indifferenza) con un’incredibile versatilità narrativa ed una dignità estetica delle riprese in grado, a tratti, di far trattenere il fiato..

Francesco Amodeo – cinefacts.it

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