Nuevo Orden

Michel Franco

Messico 2020 (88′)
VE 77: Gran Premio della Giuria

 VENEZIA – Nel 1957 un giovane Roman Polanski, all’epoca talentuoso studente all’accademia di cinema di Łódź, realizzò un breve film scolastico dal titolo We Destroy This Party. Il film narrava di un gruppetto di giovani scalmanati che facevano irruzione in un festino piccolo borghese, seminando il panico tra gli astanti. In sette minuti e una manciata di inquadrature il regista riusciva a disegnare i contorni di una piccola rivoluzione, l’insorgere violento e improvviso di un settore sociale subalterno a insidiare il vacuo prestigio della classe dominante. Pur mantenendo l’allegoria a un livello superficiale – e indugiando piuttosto sulla costruzione di una tensione interna alle inquadrature – Polanski tratteggiava egregiamente l’improvviso deflagrare di un desiderio frustrato e la metafora risultava tanto più incisiva quanto meno specificamente contestualizzata in uno scenario minuziosamente definito.


    Michel Franco, ospite fisso delle occasioni festivaliere, al suo sesto film, propone in concorso una variazione sul tema polanskiano, abbandonando il tono di grottesca e divertita esuberanza che accompagnava l’opera del polacco e calando l’insorgere delle masse popolari contro l’alta società nell’odierno Messico, dilaniato dai conflitti sociali. Lo scenario del party da demolire è, dunque, quello del matrimonio tra due rampolli dell’alta borghesia messicana; un fondale, il cui corredo di leziose formalità viene in breve frantumato dall’irrompere metodico e sanguinario degli strati più bassi della popolazione.
Mossa da una rabbia cieca e crudelmente distaccata, l’azione degli insorti divampa con la furia di un’orda barbarica, precipitando indifferentemente nell’incubo ricchi, servitori e incolpevoli fanciulle. In ciò, ossia nel darci il quadro di un malessere a tal punto radicato nel tessuto sociale da esplodere con cieca e inarrestabile violenza, il film rivela una indubbia efficacia, ben sorretto com’è da una tensione impietosa e sempre pronta a insidiare i nervi già tesi dello spettatore. Dove inciampa a più riprese è, invece, nel volersi fare parabola nerissima e senza scampo della contemporaneità.


Personaggio chiave del film è, infatti, la novella sposa, figlia del ricco imprenditore, e impegnata sin dalle prime scene a redimere l’odiosa superficialità dei familiari con una sensibilità e un ecumenismo assai incauti, che la porteranno, nel desiderio di soccorrere la figlia di un ex domestico, a incorrere nel turbine di violenze inscenato dai rivoltosi. Né ciò è tutto, dal momento che il regista, insoddisfatto del quadro di efferatezze sino allora allestite – tra cui uno stupro e una scena di tortura in cui la macchina da presa distoglie lo sguardo un attimo prima dell’evento, lasciando, però, con una decisione non esente da fastidiosa ipocrisia, un corollario di grida a proiettare l’incubo nella nostra immaginazione – opta per un finale più calcolatamente cinico che sinceramente disperato, in cui l’ambizione metaforica sembra a un tratto ripiegarsi su se stessa, rivelando tutta la sua vacuità e facendo del film nulla più che uno spettacolo greve e assai furbesco.


Che dire, dunque, di un’opera ambiziosa al punto di inoculare nel tessuto di genere momenti di declamata autorialità (tali da guadagnarsi di figurare nel concorso veneziano), ma incapace di dar loro un adeguato sviluppo in sceneggiatura – si veda la bella intuizione, subito abbandonata, della vernice verde a prefigurare con sottile inquietudine il caos imminente – nonché a tal punto impegnata a fuggire ogni faciloneria ideologica da non subodorare di farsi portavoce di una retorica ancor più effimera? Null’altro, se non il nostro stupore per la decisione della giuria veneziana di assegnare il Leone d’Argento a un film che si rivela, in conclusione, poco più che un calcolato spettacolone di efferatezze e studiato nichilismo.

Matteo Pernini – MCmagazine 60

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