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Semina il vento

Danilo Caputo

Nica, ventunenne, decide di abbandonare gli studi di agronomia per tornare nel suo paesino natale, vicino Taranto. La situazione che si ritrova di fronte non è delle più rosee: suo padre, pieno di debiti, cerca di tirare avanti come può mentre sua madre è in preda alla depressione. Come se non bastasse, gli ulivi della sua famiglia sono stati attaccati da un parassita e rischiano di morire. Per trovare una soluzione Nica cercherà di far leva sugli insegnamenti sua nonna e sul sapere che le è stato trasmesso. Metafora, verità e tocchi di lirismo si fondono senza soluzione di continuità per dare forma e sostanza a un’opera che mescola i capitoli di un romanzo di formazione a quelli di un dramma sociale.

Italia/Francia/Grecia 2020 (91′)


 In Semina il vento si avverte sin dai primi fotogrammi l’urgenza e il bisogno epidermico da parte dell’autore di dire qualcosa su temi attuali e dal peso specifico rilevante, puntando il dito ma senza mai urlare, in maniera del tutto personale e viscerale. Il film racconta la storia di ribellione e rinascita, ambientata tra alberi d’olivo e scenari industriali del tarantino, di una giovane donna che lotta per salvare la sua terra dai parassiti, naturali e sociali. Perché oramai l’inquinamento è anche e soprattutto nella testa della gente (speculazione economica) ed è contro quello che la protagonista si troverà a “battagliare” per preservare gli alberi secolari dall’abbattimento e ciò in cui crede. Nel farlo Nica (interpretata con intensità dalla ritrovata Yile Yara Vianello di Corpo celeste), ventunenne studentessa d’agronomia tornata nella sua terra d’origine dopo tre anni di assenza, dovrà scontrarsi contro il padre e tutti coloro che come lui si sono arresi davanti alla vastità del disastro ecologico, diventando i figli di un progresso industriale che non ha mantenuto le promesse fatte.


Un faccia a faccia tra due modi di pensare e sentire la natura che rappresenta il cuore pulsante di una narrazione lineare nella sua progressione, ma al contempo stratificata nel suo dipanare gli eventi. Semina il vento è il risultato di una scrittura che lavora in punta di matita per fare scaturire emozioni cangianti, seminare spunti di riflessione e sollevare quesiti ai quali è lo spettatore di turno chiamato a dare delle risposte. Scavando al di sotto della superficie della timeline, ci si accorge infatti di trovarsi al cospetto di un film che parla di inquinamento, xylella ed ecomafie, ma solo come punto di partenza per provare a capire come fenomeni del genere siano possibili, provando a raggiungere le radici dei problemi
Metafora, verità e tocchi di lirismo si fondono senza soluzione di continuità per dare forma e sostanza a un’opera che mescola i capitoli di un romanzo di formazione a quelli di un dramma sociale. Semina il vento lascia che l’odissea del singolo penetri in quella collettiva, mostrando che le iniziative dell’uno sono in grado di scardinare le resistenze dei tanti, per poi indicare loro la strada da percorrere.

Ed è quello che Caputo ha saputo e voluto raccontare con un film che sfiora e pizzica le corde del cuore per farle suonare. Il regista tarantino compone un’orchestrazione audiovisiva che fa dell’elemento sonoro (prezioso e di grandissima qualità il sound design e mix di Peter Albrechtsen), alla pari di quello visivo (un riuscito equilibrio tra estetica e rigore formale che vanno a braccetto senza mai ostacolarsi o fagocitarsi), una componente drammaturgica fondamentale, alla quale la scrittura e la messa in quadro si affidano e si lasciano contaminare (era già accaduto nel precedente La Mezza Stagione).

Francesco Del Grosso – cinematographe.it

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