Arirang

Kim Ki-duk, dopo aver passato tre anni di silenzio e una profonda crisi esistenziale e professionale -complice anche una scioccante esperienza sul set del suo ultimo film (Dream) – nel 2011 è tornato dietro la macchina da presa puntandola verso se stesso per lanciare al mondo il suo disperato appello d’aiuto e spiegare i perché della sua profonda crisi..

Corea del Sud 2011 (100′)


K
im Ki-duk vive da solo in una disordinata casa di campagna al cui interno ha installato una tenda in cui dorme. Ha lasciato il cinema dopo che, nel corso delle riprese di Dream la protagonista ha rischiato di morire impiccata. Ora Kim vive una vita di afflizione lontano dal set in cui per lui urge il bisogno di riflettere sul senso del fare cinema. Decide allora di riprendere se stesso realizzando così una lunga dichiarazione in cui si mette totalmente a nudo.
Kim Ki-duk, il prolifico regista sudcoreano che ha realizzato 15 film in 13 anni ottenendo prestigiosi riconoscimenti a Venezia, a Cannes e a Berlino, era scomparso da 3 anni. Le voci lo davano come malato e comunque ormai fuori dalla produzione di film. Stava invece realizzando questa disperata confessione che è al contempo una richiesta di aiuto. Con il solo supporto di una camera digitale Kim mette in scena tutto il suo travaglio interiore. Il termine ‘messa in scena’ è quello che maggiormente si addice a questo film che documenta il precipitare di un’artista nella depressione più cupa. Perché la telecamera rivela l’artificio di alcune scene (campi e controcampi in primis) ma è anche utilizzata per riprendere lunghi e drammatici sfoghi del regista. Il quale urla a se stesso e dalla Croisette al mondo, (“Dormivo. Cannes mi ha risvegliato” come ha detto dinanzi a un pubblico commosso quanto lui) l’urgenza di comprendere fino in fondo la vita e la sua rappresentazione giungendo alla pessimistica conclusione che il nostro passaggio sulla terra non sia altro che una commistione di sadismo, masochismo e autoflagellazione. Certo, il suo cinema aveva colpito il mondo (ottenendo invece scarso riconoscimento in patria) proprio per la profonda commistione tra bisogno d’amore e crudeltà degli istinti. Ed è quanto ci ripete ora, utilizzandola quasi come un mantra, con la struggente canzone che dà il titolo al film.


Ma c’è un momento rivelatore più di altri in questa inusuale e avvincente spoliazione in video. È quando Kim rivede se stesso nella sequenza finale di Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera. È un monaco buddista che, legatasi alla vita una macina la trascina su un ripido pendio portando con sé una statua del Buddha in meditazione. Giunto sulla cima il monaco può vedere dall’alto la sua casa monastero raccogliersi in preghiera. Il conflitto tra la carne e lo spirito che ha percorso tutto il suo cinema si rivela in questo sguardo su se stesso carico di nostalgia ma anche della consapevolezza che, come ricordava un classico del cinema, “solo chi cade può risorgere”.

Lorenzo Ciofani – cinematografo.it.

 

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