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Drive My Car

Ryûsuke Hamaguchi

Kafuku, un attore e regista teatrale che non riesce a superare la perdita della moglie Oto, accetta di dirigere Zio Vanja per un festival di Hiroshima. Lì conosce Misaki, una giovane donna silenziosa incaricata di fargli da autista e di guidare la sua macchina. Viaggio dopo viaggio, superate le reciproche riluttanze, Kafuku e Misaki lasceranno affiorare segreti e confidenze…


Doraibu mai kâ
Giappone 2021 (179′)
CANNES 74° – premo per la miglior sceneggiatura

Ottima trasposizione da Murakami, Drive My Car consegna Hamaguchi ai suoi massimi, giocando sulla riconciliazione degli opposti, la sintesi ossimorica: un road movie da fermo, fluviale ma minimale, fatto di conversazioni silenziose, comunicazioni non rivelatorie, arte-vita (e artefazione?). Vince, in platea come sullo schermo, l’empatia che non t’aspetti, l’affinità non elettiva ma incidentale, sicché si prende posto sulla Saab, un occhio al film e l’altro, nello specchietto retrovisore, alle nostre vite. (…) Elegante, articolato e fascinoso e, al contempo, snello, sottratto e piano, Drive My Car è al momento la cosa migliore del Concorso di Cannes.

Federico Pontiggia – cinematografo.it

Il riservato Kafuku, attore e regista di teatro, ha una curiosa abitudine. Ogni mattina, mentre guida la sua vecchia e nobile Saab per le strade di Tokyo, ripassa la parte grazie a un’audiocassetta registrata dalla moglie. La luminosa Oto, che di Kafuku è appunto la moglie, ha a sua volta uno strano dono: dopo aver fatto l’amore, e Oto e Kafuku fanno molto l’amore, inizia a raccontare strane storie di passione, come se fosse in trance, che Kafuku ascolta devotamente per riprenderne il filo al mattino. Oto (che di mestiere fa la sceneggiatrice tv) e Kafuku sono al centro del lungo prologo di Drive My Car, il nuovo, fluviale, bellissimo film del regista di Il gioco del destino e della fantasia, che dura quasi tre ore e poi prende (apparentemente) tutt’altra direzione seguendo Kafuku a Hiroshima, dove deve allestire “Zio Vanja” di Cechov per il teatro locale.


Tra gli interpreti di questo strano spettacolo in cui ognuno recita nella propria lingua (giapponese, mandarino, tagalog, lingua dei segni…) c’è anche un ragazzo bello come un manga che avevamo intravisto nel prologo, attore e occasionale amante dell’innamoratissima ma non fedelissima Oto. Ma soprattutto c’è una giovane di nome Misaki, che il teatro di Hiroshima assegna quasi per forza a Kafuku come autista, e si rivela poco a poco la coprotagonista del film. Cortese, selvatica, imperturbabile, Misaki infatti guida, tace e ascolta. Assiste alle prove di quel bizzarro spettacolo che scova forme di comunicazione insolite quanto profonde. Scopre, in una lunga scena memorabile, il dolore segreto che lega Kafuku a quel giovane bello come un manga (e bravissimo, come tutti in questo film). Conosce più da vicino la coreana muta che parla a gesti (che meraviglia il monologo di Sonja da “Zio Vanja” recitato da lei…). Insomma si avventura in quella zona grigia che se ne sta nascosta sotto ogni nostra azione e sentimento. Ed è il vero soggetto di questo film-viaggio tratto dal racconto omonimo di Murakami ma stranamente vicino, nell’epilogo invernale, al capolavoro che John Huston trasse poco prima di morire da “The Dead” di Joyce. Forse perché tutti abbiamo dentro una casa crollata da qualche parte. Tutti conosciamo il colore e il rumore della neve, anche se quasi sempre ce ne dimentichiamo. Finché non arriva qualcuno, o qualcosa, a risvegliare il ricordo.

Fabio Ferzetti – L’Espresso

 

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