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Falling – Storia di un padre

Viggo Mortensen

Willis, uomo di altri tempi, è costretto a lasciare la fattoria dove vive per trasferirsi a casa di suo figlio John che vive con il suo compagno Eric e la loro figlia Mónica in California. Spesso l’irruento carattere di Willis si scontrerà con la vita di John, ma i momenti di confronto tra padre e figlio risolvono anni di incomprensioni e riaccendono il calore di un rapporto per troppo tempo intiepidito.


USA 2020 (112′)


Spesso passare dietro la macchina da presa significa ragionare su sé stessi, mettere in scena la propria vita filtrandola con l’obiettivo. Il primo film da regista di Viggo Mortensen è forse anche la sua interpretazione più intimista, personale. Falling – Storia di un padre è un ritratto di famiglia in tempesta, un progetto che guarda alla forza delle emozioni, dei sentimenti. Ad accompagnare Mortensen, sono i suoi affetti di sempre. Dedica il film ai fratelli geologi Charles e Walter Mortensen, regala un succoso cameo a David Cronenberg, che lo ha diretto in capolavori come A History of Violence e La promessa dell’assassino, senza dimenticare A Dangerous Method (…) Di sicuro il sodalizio con Cronenberg va oltre lo schermo, e la sua apparizione in Falling – Storia di un padre è piena di ironia.
Gli elementi esterni arricchiscono un’opera prima che lavora sull’essere umano. Mortensen nel film è sia padre che figlio, oltre che cineasta. È sposato con Eric, insieme hanno adottato una bambina. Vivono in California, mentre il genitore avanti con l’età abita lontano, e non riesce più a stare da solo. Ha un carattere difficile, per lui non esistono sfumature, ma solo eccessi. È un uomo sgradevole, che utilizza un linguaggio forte e attacca il figlio per la sua omosessualità. A interpretarlo è un Lance Henriksen che ruba la scena.


Mortensen accarezza i suoi personaggi, li fa esplodere all’improvviso, rendendo la vicenda vibrante. Gli scontri/incontri generazionali sono il punto di forza del film. Falling – Storia di un padre è la cronaca di una caduta e di una rinascita, che strizza anche l’occhio agli amanti del western. A un certo punto in televisione viene trasmesso Il fiume rosso di Hawks, e la sequenza è quella della lotta tra John Wayne e Montgomery Clift. Attraverso questo frammento, Mortensen riesce a dare una profondità diversa a Falling. Lo fa dialogare con un classico, la cui epopea in fondo non era così diversa. Anche quello era un duello tra nuove leve e pistoleri più navigati, mandriani malmostosi e giovani cowboy, Wayne era addirittura in versione antieroe.


Mortensen destruttura le dinamiche famigliari, realizza un’anatomia spietata della quotidianità, a volte eccedendo con i virtuosismi. Ma passato e presente sono ben assortiti. Il ricordo si unisce a una dimensione più contemporanea, alla malattia, all’andare degli anni. Spesso si torna indietro nel tempo, è come se esistesse un’altra linea narrativa. Qui scopriamo l’infanzia del protagonista John, e di sua sorella. Ma al centro di tutto c’è sempre il padre, già allora poco amorevole e aggressivo. Si uniscono più tematiche. Con leggerezza e intelligenza, Mortensen affronta anche la violenza dell’omofobia, l’ingiustizia che nasce vicino al focolare. Uno dei momenti migliori è proprio quando i due litigano in California, con le battute di cattivo gusto che infiammano l’animo quieto di John, in un duetto da applausi. Intanto l’esordio di Mortensen convince, ed è la conferma di un talento poliedrico, ormai in grado di padroneggiare più linguaggi.

Gian Luca Pisacane – cinematografo.it

 

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