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Morte a Venezia

Luchino Visconti

All’inizio del Novecento, il compositore Gustav Von Aschenbach (Dirk Bogarde) giunge al lido di Venezia per concedersi un periodo di riposo dopo una debilitante crisi cardiaca. Nella sontuosa cornice dell’Hotel des Bains, si imbatte nell’efebico Tadzio (Björn Andrésen), che incarna il modello di sublime perfezione da sempre perseguito da Aschenbach. Morirà in riva al mare, contemplandolo per un’ultima volta..


Italia/Francia/USA 1971 (130′)


Ispirandosi al romanzo breve La morte a Venezia (1912) di Thomas Mann, Luchino Visconti traspone sullo schermo, con dolente autobiografismo, il bilancio esistenziale di un uomo consapevole di essere giunto alla fine dei propri giorni. In una Venezia putrescente e affascinante, colpita da un’epidemia di colera che accentua la dimensione funerea della vicenda, si consuma la fine del mondo colto e aristocratico incarnato da Aschenbach (modellato su Gustav Mahler), esteta ossessionato dalla bellezza ideale, dal moralismo della forma, dall’astrazione dei sensi. La presa di coscienza di appartenere a un’epoca in declino destinata a estinguersi è tema ricorrente nella poetica viscontiana, che trova in questa pellicola il suo compendio definitivo. Attraverso una messinscena che riduce al minimo i dialoghi, Visconti ha composto un’elegia crepuscolare che procede con passo lento ed estenuante, in cui lo stato d’animo del protagonista è suggerito dalla strenua eleganza delle immagini (ora abbaglianti, ora cupe) e dallo struggente commento musicale (Gustav Mahler, Franz Lehár, Modest Petrovič Musorgskij, Ludwig van Beethoven). Memorabile Dirk Bogarde, capace di rendere le innumerevoli sfumature della personalità del protagonista con un semplice sguardo, e indimenticabile l’androgino Björn Andrésen, angelo della morte dalla pelle diafana che con la sua presenza illumina lo schermo. Splendidi costumi di Piero Tosi.

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Ritorno a Venezia, 17 anni dopo Senso. Da Camillo Boito a Thomas Mann, da un mélò-noir a una sorta di fantasy mentale terminale. Il desiderio è tutto nella testa di Gustav von Aschenbach. Non ci sono le proiezioni della sua immaginazione nei confronti di Tadzio. Solo gli sguardi. I pensieri sono riflessi solo negli occhi di Dirk Bogarde. Poi il sentimento diventa sempre più scoperto. Il pedinamento per Venezia dove cerca di non farsi vedere e soprattutto la dichiarazione fin troppo rivelatrice: “Tu non devi mai sorridere così a nessuno. Ti amo”.
1911. Il musicista tedesco Gustav von Aschenbach, in vacanza presso l’Hotel des Bains del Lido di Venezia, resta colpito dalla bellezza di Tadzio, un ragazzo polacco in vacanza con la famiglia. Ogi giorno ne è sempre più affascinato e non sa come contrastare quello che prova. Nel frattempo, in città scoppia un’epidemia di colera che le autorità cercano di tenere nascosta.
Tratto dal romanzo breve di Thomas Mann scritto nel 1912, Morte a Venezia è il secondo capitolo della trilogia tedesca realizzata da Visconti dopo La caduta degli dei e prima di Ludwig. Ci sarebbe dovuto essere anche un  quarto film, La montagna incantata, sempre tratto da Thomas Mann, che il regista però non è mai riuscito a realizzare. Forse Morte a Venezia è il film che rivela in maniera più diretta l’estetica decadente del cineasta. La fine di un mondo, la ricerca proustiana del tempo perduto, il disfacimento progressivo di Venezia tra manifesti appesi nella città e le ombre di morte semptre più incombenti. Rispetto al libro di Thomas Mann, Aschenbach è un musicista invece che uno scrittore. E per certi aspetti, possono essere presenti frammenti di un biopic su Gustav Mahler; Visconti utilizza nel film la terza e quinta sinfonia del compositore tedesco che si chiama proprio come il protagonista di Morte a Venezia. In più nei flashback sul passato di Aschenbach c’è anche la scena del funerale della figlia, tragedia che ha segnato anche la vita di Mahler.

 – sentieriselvaggi.it

 

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