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Il ragazzo più bello del mondo

Kristina Lindström, Kristian Petri

Il film ripercorre la vita di Björn Andrésen, che appena quindicenne divenne un’icona dopo aver prestato il suo volto al bellissimo Tadzio in Morte a Venezia. Il timido ragazzo era destinato a diventare una star internazionale, in una turbolento percorso adolescenziale.


The Most Beautiful Boy in the World
Svezia 2021 (93′)


Alternando materiali di repertorio, scene del film di Visconti e riprese inedite, i registi riescono a delineare e a scandagliare gli aspetti più intimi e profondi dell’uomo e dell’attore, il quale cinquant’anni dopo quell’esperienza che in maniera indelebile l’ha segnato, rievoca e tenta di ricomporre i frammenti della propria esistenza, riflettendo sotto gli occhi dello spettatore sul proprio passato e cercando così di comprendere e conoscere meglio se stesso e di raggiungere quell’equilibrio interiore che sin dall’infanzia gli è sempre mancato. Attraverso un uso del montaggio estremamente libero, che trascorre senza soluzione di continuità dal passato al presente e alterna linguaggi diversi: dalle riprese in Super8 che mostrano istanti dell’infanzia di Andrésen; al provino grazie al quale l’attore fu scelto da Visconti; a brevi segmenti e dietro le quinte di Morte a Venezia; sino al materiale inedito girato dai registi, emerge un ritratto quantomai sfaccettato e ricco di sfumature di quello che, all’epoca dell’uscita del film, Visconti definì come «il ragazzo più bello del mondo».Una definizione, questa, che per lungo tempo gli rimase incisa come uno stigma e della quale Andrésen fu vittima e dalla quale tentò più volte di allontanarsi.

Proprio in virtù della massima libertà nell’accostare momenti e luoghi diversi della sua vita e linguaggi espressivi altrettanto differenti, il documentario lascia affiorare la memoria e i sentimenti di un uomo che, ormai anziano, fatica ancora a trovare un centro, quell’equilibrio interiore cui s’accennava che solo può acquisire attraverso una maggiore e più profonda conoscenza di sé e delle persone lui vicine, dell’importanza- positiva e negativa insieme, ma comunque determinate-, avuta su di lui dall’inattesa popolarità quand’era ancora adolescente. Lo sguardo della macchina da presa, pudico e mai invasivo ma al contempo sempre attento e preciso, si rivela dunque capace di leggere e di cogliere e rendere manifesto quello scavo nella propria esistenza compiuto da Andrésen, vissuta- come lui stesso ammette e riconosce-, spesso  senza la necessaria lucidità e consapevolezza. Ne sortisce dunque una sorta di confessione e attraverso di essa la conquista di una maggior comprensione di sé, colta dai registi in presa diretta, nel momento stesso in cui Andrésen riflette sui momenti della sua vita pubblica e privata che più l’hanno segnato e l’hanno reso l’uomo che è oggi. Accanto ad uno spaccato del mondo dello spettacolo degli anni settanta e di come fu vissuto dall’attore- allora all’apice del successo-, emerge anche la personalità dell’uomo: un uomo dal carattere timido e spesso incapace di comprendere e gestire non soltanto la propria immagine pubblica, ma anche gli affetti personali, e persino i propri sentimenti più profondi..

Edoardo Ribaldone – taxidrivers.it

 

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