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Il potere del cane

Jane Campion

The Power of the Dog
Nuova Zelanda/Australia 2021 (128′)

 VENEZIA – C‘era molta attesa per Il potere del cane, film con cui Jane Campion è tornata alla regia dodici anni dopo Bright Star, soprattutto per l’inaspettata scelta di cimentarsi con il genere western da parte di una delle registe più capaci di sondare l’animo femminile.
Si tratta di un adattamento del romanzo omonimo di Thomas Savage, pubblicato nel 1967, ma riscoperto negli ultimi anni e molto amato. Lo scrittore, considerato oggi uno dei grandi autori della letteratura americana, mina il western alle sue fondamenta, scavando nei personaggi “classici” del genere fino a rivelare una complessità e una ambiguità inaspettate. È questo lavoro di svelamento, in un mondo “di personaggi e temi profondamente maschili”, ad aver affascinato Jane Campion.

  La storia è ambientata nel 1925, in un grande ranch e nei paesaggi del Montana, ricreati dalla regista in Nuova Zelanda. I proprietari sono i due fratelli Burbank, agli antipodi come carattere, ma legati al punto da dormire ancora nella stessa camera. Phil (Benedict Cumberbatch) è brillante, ma aggressivo e prepotente, cresciuto nel mito del macho, rappresentato dalla figura del suo mentore, Bronco Henri e dei valori della violenza, del potere del cane; George (Jesse Plemons) è opaco, ma gentile e remissivo. L’equilibrio è rotto da una donna, Rose (Kristen Dunst, moglie di Plemons nella vita), vedova con un figlio adolescente: George la sposa e la porta al ranch.

La rabbia e il livore di Phil, che si sente escluso, si manifestano attraverso un crescendo di episodi di sottile crudeltà nei confronti di Rose. Nella sequenza che ruota intorno al pianoforte la regista, attraverso piccoli particolari (un gesto, un suono), riesce a farci sentire visceralmente come la violenza psicologica maschile penetri nell’insicurezza della donna e riesca a farla sentire inadeguata, sino a distruggerne l’equilibrio mentale.
La tragedia sembra a questo punto avere come perfetta vittima sacrificale il giovane e diafano figlio di Rose, Peter ( Kodi Smit-McPhee), che arriva al ranch per le vacanze estive, su cui Phil dirige i suoi attacchi omofobi. Ma la complessità dei due personaggi porterà a scoperte inaspettate e ad un colpo di scena finale. Certamente vincente è stata in questo senso la scelta di Benedict Cumberbatch per il ruolo di Phil, capace di rendere la crudeltà di un personaggio irrisolto, bloccato, ma anche ambiguo e fragile.

Un pregio della narrazione, sin dalle parole pronunciate dalla voce narrante all’inizio del film, è lo spiazzamento dello spettatore, in un genere fondato su cliche e svolte narrative attese. Qui invece conta la dimensione psicologica, la parte oscura tenuta nascosta, che viene allusa attraverso i particolari, di cui la regista esaspera gli aspetti sensoriali. Anche la fotografia cupa e claustrofobica degli interni contribuisce in questo senso. L’atmosfera suggerita non trova però mai uno sbocco: la regia costruisce molto lentamente la narrazione e poi la blocca prima del momento di massima tensione, non concedendo mai allo spettatore il momento liberatorio del pathos. In questo riproduce la condizione bloccata del protagonista e toglie al western il suo respiro. Dunque un film ellittico, allusivo, che chiede molto allo spettatore, ma frutto di un’operazione consapevole di smantellamento in profondità del genere. E il Leone d’argento alla regia premia questa coerenza.

Licia Miolo – MCmagazine 69

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