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Petite Maman

Céline Sciamma

Nelly ha otto anni e ha appena perso la nonna materna. Tornata nella casa di famiglia, la piccola si aggira per le stanze ed esplora i luoghi circostanti dove la madre, Marion, giocava e aveva costruito luna casa sull’albero. Ed è proprio nel bosco che Nelly incontra una ragazza sua coetanea che sta costruendo una casa sull’albero- Il suo nome è Marion… Una sinfonia generazionale costellata di fantasmi, una riflessione sull’andar del tempo che rivendica l’importanza dell’arte.


Francia 2021 (72′)

Il tempo, lo spazio, la memoria. La ricerca di identità nei film di Céline Sciamma è spesso legata al desiderio, alla passione. Il suo è un viaggio nei secoli, un’alternanza tra ieri e oggi che si muove fra il racconto in costume e il romanzo di formazione. Petite Maman è una perla dai tratti anomali, che colpisce per la capacità di sintesi e la maestria con cui vengono trattati temi molto complessi.
La sessualità, elemento cardine della poetica di Sciamma, viene messa da parte. Non ci sono i primi amori di Naissance des pieuvres, i travestimenti di Tomboy, i tormenti adolescenziali di Diamante nero, i sentimenti repressi del bellissimo Ritratto della giovane in fiamme. Qui tutto ruota intorno a un’amicizia particolare tra due bambine.
La piccola Nelly ha appena perso la nonna materna, e deve trascorrere alcuni giorni in una casa immersa nella natura. Incontra una coetanea con cui stringe subito un legame molto forte. È il mistero a portare avanti Petite Maman, la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto alle protagoniste. La regista mette in scena il cinema all’epoca del Coronavirus. Pochi attori, vite isolate, il mondo esterno che quasi sembra svanire. La solitudine dell’ultimo sguardo a teatro tra Noémie Merlant e Adèle Haenel durante L’estate di Vivaldi qui cambia volto.

Sciamma parte dall’infanzia, già descritta in Tomboy, per riflettere sull’impossibilità di catturare il presente e di conoscere il futuro. Non a caso il film si apre in un piano sequenza in cui Nelly saluta con un “arrivederci” chi ha condiviso qualche attimo con sua nonna. È come se anche quei momenti ormai appartenessero al passato, perché è impossibile fermare l’orologio. Petite Maman usa l’elaborazione del lutto per dipingere un universo che si proietta verso il domani. Sciamma narra con competenza, e anche se porta sullo schermo una realtà racchiusa tra poche stanze e un bosco, riesce a infondere un senso di magia fuori dal comune. Realismo magico, direbbero alcuni, a cui si accompagna la necessità di portare l’arte nella propria esistenza.
In Ritratto della giovane in fiamme si parlava di pittura, qui a fluire è la recitazione, le scene in cui le bambine si fingono qualcun altro. Cinema e vita si uniscono, la ghost story si fa sinfonia generazionale. Le immagini simmetriche, i chiaroscuri creati dalle luci che entrano dalle finestre: le atmosfere sono ammantate di tonalità diverse, che si accendono e si spengono con l’evolversi della storia. Petite Maman mescola la poesia agli interrogativi, diventa un affresco di emozioni potenti appena sussurrate…

Gian Luca Pisacane – cinematografo.it


L
a storia attorno alla quale si muove Petite maman è molto semplice: la nonna di una bimba di otto anni, Nelly, muore nella casa di riposo in cui si trovava. La bimba, insieme alla madre – figlia della defunta – e al padre, si trasferisce per qualche giorno nella casa di campagna a limitar di un boschetto dove la donna viveva e la madre di Nelly, Marion, ha passato la sua infanzia. Il giorno successivo al loro arrivo Marion si allontana dalla casa senza dire nulla a Nelly, preferendo rimanere sola con il proprio lutto da elaborare. Nelly allora va a giocare nel bosco, dove da piccola sua madre aveva costruito una capanna di legno e fogliame: in una radura incontra una sua coetanea, che sta proprio costruendo una capanna e si chiama, guarda caso, Marion. Nelly avrà dunque modo di passare delle giornate con sua madre, ma come sua coetanea. È sorprendente come lo sguardo di Sciamma abbia la capacità di muoversi attraverso lo spazio e il tempo senza mai dover ricorre al più piccolo artificio, tanto espressivo quanto narrativo. Il suo obiettivo d’altronde è quello di ragionare una volta di più su alcuni dei temi che rappresentano il cuore pulsante della sua poetica espressiva, a partire ovviamente dall’età infantile e dai suoi piccoli e grandi traumi.


Se non si può non pensare a Tomboy, la sua opera seconda, è anche necessario volgere lo sguardo a un film d’animazione di cui la regista fu “solo” sceneggiatrice, l’ottimo La mia vita da zucchina di Claude Barras: il rapporto con la morte, con la perdita e la necessità di ritrovarsi in uno spazio altro (nel film di Barras un orfanotrofio, qui la casa della nonna), riecheggiano con forza in Petite maman. Così è anche possibile rintracciare il tema dell’amicizia tra ragazze, per di più inter-generazionale se si considera che in realtà le due bambine – gemelle nella vita reale – sono madre e figlia, che già si faceva forte e compiuto tanto nel sorprendente esordio Naissance des pieuvres quanto nel successivo Bande de filles(malamente tradotto in Italia Diamante nero). Una volta di più Sciamma scende all’altezza della sua protagonista e prova l’ebrezza di guardare con i suoi occhi, e di credere alla sua fantasia: chiede lo stesso sforzo allo spettatore, conscia che verrà naturale soddisfare l’esigenza. Perché nella purezza dello sguardo di Sciamma, e nella precisione estrema di ogni sua scelta di campo e di quadro, si nasconde la dolorosa necessità di elaborare il lutto non della perdita, ma della vita stessa. Quel lutto infinito e quotidiano dal quale non c’è mai davvero scampo, ma che può trovare sollievo nella vita ri-vissuta, nel tempo ri-vissuto. Così le due case (quella dove vive Marion bambina e quella della nonna oramai vuota nel post-mortem) possono convivere nello stesso spazio senza alcuna forzatura, e senza doversi perdere in chissà quale spiegazione. C’è un luogo del cuore, oltre che del pensiero, in cui è protetto e si svolge il cinema di Sciamma, e quel luogo non potrà mai essere distrutto, né davvero abbandonato. Ulteriomente addolcito dalla splendida presenza in scena delle piccole Joséphine e Gabrielle Sanz, Petite maman è un oggetto prezioso, piccolo solo per necessità e in apparenza, in grado di squarciare con una luce potente anche la notte più nera, quella in cui l’ombra sul muro alla fine del letto sembra essere una pantera pronta a ghermire la preda.

Raffaele Meale – quinlan.it

 

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