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Se questo è amore

Maya Sarfaty

Helena Citron, un’ebrea deportata ad Auschwitz dal 1942, trova un’inaspettata consolazione da parte di Franz Wunsch, un ufficiale delle SS che si innamora di lei. Nonostante il rischio di essere scoperti, i due portano avanti la loro relazione fino alla fine della guerra. Trent’anni dopo, Helena riceve una lettera dalla moglie di Wunsch, che le chiede di testimoniare in favore del marito. Helena dovrà quindi affrontare una scelta molto difficile. Il docufilm diretto dalla regista israeliana Maya Sarfaty ricostruisce, attraverso interviste, filmati d’archivio e fotografia, questa tragica storia d’amore.

Ahava Zot Lo Hayta
documentario – Israele/Austria (86′)

Marzo 1942: il primo contingente che varca i cancelli del campo di Auschwitz-Birkenau è un gruppo di mille donne provenienti dalla Slovacchia. Le più fortunate tra loro vengono messe a lavorare nel Kanada, il fabbricato destinato allo smistamento dei beni dei prigionieri, a pochi passi dai forni crematori. Nel gruppo spicca Helena Citron: giovane e attraente, aspirante attrice, con la sua voce soave fa innamorare l’ufficiale austriaco delle SS Franz Wunsch. Il loro affetto, nato contro ogni probabilità, protegge Helena e altri dalla morte e dagli orrori del lager. Che si tratti di amore corrisposto o di senso di opportunità, la loro relazione avrà decisive conseguenze all’interno di quel campo di concentramento ma anche strascichi imprevisti nelle loro esistenze di sopravvissuti alla guerra. In particolare quando, grazie anche all’impegno di Simon Wiesenthal, tra gli anni ’60 e ’70 in Austria verranno individuati e processati settanta ex ufficiali delle SS ancora a piede libero.

Se il titolo italiano del documentario di Maya Sarfaty cerca l’assonanza con il testo di Primo Levi, quello originale ricalca le parole della canzone tedesca dei primi anni ’30 che accompagna tutto il film: Liebe war es nie (cioè “non è mai stato amore”). È infatti da quella canzone che ha inizio l’incanto dell’ufficiale nazista per la ragazza ebrea. Mentre è una foto in bianco e nero di lei che, prigioniera, sorride al fotografo nonostante la cattività, a dare il via all’indagine del film e anticiparne la struttura prismatica, l’impianto aperto e ambivalente. Ritagliando l’ovale del suo viso da quella foto, riprodotta in molte copie, e sovrapponendolo a sfondi diversi, Franz continuerà ad alimentare per proprio conto la fascinazione per Helena, anche molto oltre la brusca interruzione nel ’45.

Come raramente accade, in Se questo è amore convivono armonicamente una vicenda paradossale, il montaggio efficace di materiali e un’idea originale di messa in scena: Sarfaty, più che affidarsi a repertori già noti, attraverso la tecnica del fotomontaggio multistrato risemantizza le foto d’epoca, per costruire, attraverso una vicenda privata, una prospettiva differente, obliqua, su un dramma storico collettivo. Scontornate e dotate di una nuova profondità, le immagini idealmente si avvicinano allo spettatore, a offrire una narrazione chiaroscurale di un episodio eccezionale della Shoah, in osservazione non giudicante delle dinamiche umane che si innescano in un contesto ferocemente disumano. In dialogo con questa ricercata soluzione grafica corre il movimentato e per nulla unanime coro delle testimoni oculari dei fatti, le compagne di prigionia di Helena, intervistate oggi. Alle loro voci si aggiungono anche la voce di Roza, la sorella di Helena, finita anche lei ad Auschwitz, e i repertori video della stessa Helena e di Franz ormai anziani, colti rispettivamente in interviste della tv israeliana e in un film di famiglia girato dalla di lui figlia, propulsore determinante della storia. Tra la realtà del campo, la rinascita dei sopravvissuti in Israele e il processo a Wunsch a Vienna nel 1972, molto abilmente Sarfaty dissotterra e reimpagina una storia a lungo rimasta nell’oblio, o meglio nella rimozione.


La natura proibita, indicibile della relazione, così come la parziale ambientazione viennese e l’impunità di crimini nazisti, rievocano Il portiere di notte di Liliana Cavani (girato, tra l’altro, poco dopo quei processi austriaci). Anche Se questo è amore, al di là della natura del legame tra i protagonisti, cerca l’astrazione, il punto di vista non manicheo, mentre riconsidera i rapporti di forze tra vincitori e vinti e riflette sulla persistenza di trauma e ricordo, tra ossessione e negazione. Parte dall’amore, terreno di per sé illusorio e sfuggente, e si fa avvincente, asciutta affermazione del principio di vita sulla programmatica follia di annientamento.

Raffaella Giancristofaro – mymovies.it

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