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Gli amori di Suzanna Andler

Benoît Jacquot

Francia, anni ’60. Suzanna, ricca borghese, conduce una vita agiata, ma intrappolata in un matrimonio governato dalle convenzioni e dall’infedeltà. Decide così di recarsi per le vacanze  in una villa sulla spiaggia della Riviera, in compagnia del suo giovane amante. Lì saranno gli eventi a spezzare per sempre la sua routine….

 

Suzanna Andler
Francia 2021 (91′)

Quella affrontata dal regista francese Benoît Jacquot pare una sfida impossibile, così com’è impossibile comprendere a pieno i personaggi della Duras. E infatti, la cinepresa non mostra una particolare empatia verso le sue vittime, ma si limita a ricalcarne i movimenti, innestandosi in una terra di mezzo fra palcoscenico e ribalta. L’obiettivo resiste alla tentazione (tipicamente cinematografica) di glossare le ambiguità, riproducendo con rispettosa esattezza i contorni della pièce originale e rinvigorendo quel senso di lucida indolenza tanto accessibile in teatro quanto spesso irraggiungibile su grande schermo. Del resto, non è la prima volta che il regista parigino si misura con un gigante letterario – e in effetti, gettando un occhio sulla sua filmografia, abbiamo quasi l’impressione di sfogliare il classico manuale delle Superiori: da Dostoïevski (L’Assassin musicien, 1975) a Henry James (Les Ailes de la Colombe, 1981), da Yukio Mishima (L’École de la chair, 1998) a Marivaux (La Fausse Suivante, 2000), da Pascal Quignard (Villa Amalia, 2009) a Don DeLillo (À jamais, 2016), pare che il nostro bibliofilo della Settima Arte stia mettendo in piedi un vero e proprio archivio. Ma torniamo a Miss Adler e alla sua malinconica Riviera di fine febbraio.


L’intrigo è semplice o, potremmo quasi dire, inesistente. Gli attori s’intersecano sulla scena come le maschere di un coro antico, danzando attraverso un pentagramma mimico predefinito e osservando in terza persona la storia ch’essi raccontano: Suzanna, ad esempio, si presenta a noi come la ricca moglie di un milionario – il suo ruolo pare scritto apposta per un’apatica Isabelle Huppert o, in questo caso, per il fascino discreto di Charlotte Gainsbourg. Il resto è solo frutto della nostra fantasia. L’azione, inoltre, si sviluppa solo al passato, rievocando sé stessa con tragica insistenza: così veniamo a sapere che la donna, per sfuggire alla propria cattività domestica, avrebbe intenzione di prendere in affitto un lussuosissimo appartamento vista mare. Si tratta di un’altra prigione: e infatti, come accade in ogni carcere, fra queste mura non può succedere niente. Eppure succede tutto: un incontro con il giovane amante Michel (Niels Schneider), un pomeriggio trascorso con l’amica Monique (Julia Roy), una breve telefonata a Parigi acquistano una gravità che non dovrebbero avere, pur rimanendo cose da nulla. Infine, al di sopra dell’intero carosello, troneggia il marito-padrone, qui e nell’opera teatrale visibile soltanto in forma di cornetta: ciononostante, la mole di quella voce grava sull’intero scenario, contribuendo a ricacciare nel baratro della Sacra Indifferenza ogni fiacco tentativo d’emancipazione. Come potrebbe essere la velata minaccia di un suicidio, o la rivelazione di un tradimento: colpi di scena destinati a rimanere sospesi in un limbo di annoiata indecisione, mentre la parola “forse” divora le vite dei presenti. È così che si esprime Suzanna, fedele ingannatrice, nobile disonesta, Calipso e Circe insieme: forse torno a casa. Forse non ci rivedremo mai più. Forse mi uccido. Forse amo Michel, o forse no. E intanto la cinepresa attrae e respinge i suoi eroi, esibendo lo stesso spirito volitivo di questa donna perennemente in fuga da sé stessa – forse.

L’idioma di Jacquot è, se possibile, ancora più minimale, ancora meno appassionato di quello utilizzato dalla Duras nel suo dramma da camera: l’occhio del regista non mostra, ma nasconde, non rivela, ma oscura. Così, ad ogni singhiozzo d’animo, ad ogni svolta narrativa, il nostro sguardo viene accompagnato lontano o inconsciamente dirottato su un dettaglio inconsistente (un posacenere, un quadro, il tappeto spiegazzato nel salone principale). Ma ben presto ci accorgiamo che non è l’obiettivo a direzionare la nostra vista: Siamo noi che cerchiamo un’alternativa al volto impassibile di Suzanna o alla triste passione offertale da Michel. Del resto, il fondale della non-vicenda è lo specchio di un’età adulta priva di ogni ironia, immobilizzatasi nei suoi seriosi anatemi: l’appartamento è deserto e “sporco”, perennemente in prova come le esistenze di chi lo abita. Ma non è detta l’ultima parola: negli ultimi dieci minuti, qualcosa sembra davvero bucare lo schermo – e non stiamo parlando della stanca promessa sussurrata a mezza voce dai due amanti. Nell’inquadratura finale, infatti, l’antieroina pare quasi ammiccare al pubblico, esibendo una consapevolezza che non sapevamo potesse appartenerle. All’improvviso, il castello di carte crolla: Suzanna ci ha mentito? Dunque nulla di ciò che abbiamo sentito e osservato corrisponde alla verità? Forse no. Forse.

Francesca Pistocchi – close-up.info

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