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Wild Nights with Emily Dickinson

Madeleine Olnek

Emily Dickinson era un’autrice prolifica, innamorata e ricambiata dalla cognata Susan, ma è stata comunemente descritta come sentimentalmente fredda e reclusa in casa. Il film della regista indipendente Madeleine Olnek, basato sulle lettere private della poetessa, è una descrizione audace e irriverente della sua vita, in lotta con un mondo letterario dominato dagli uomini e dal patriarcato.

 

USA 2018 (84′)
film edito solo in V
ersione Originale Sottotitolata

L’immagine di Emily Dickinson che nel corso dei decenni si è diffusa e cristallizzata, cioè quella di un’autrice prolifica ma chiusa in se stessa ed indifferente a qualsiasi relazione sentimentale viene proposta sotto una luce completamente diversa. Al centro c’è la relazione, durata negli anni con la, inizialmente amica, e poi addirittura cognata Susan.  Emily Dickinson diviene per la prima volta protagonista non di un biopic serioso e carico di dolente mestizia ma bensì di una commedia carica di brio e di irriverenza.
Ci voleva una donna nonché regista indipendente come Madeleine Olnek (qui al suo terzo lungometraggio che ha ottenuto una nomination agli Independent Spirit Awards 2020) per trovare il coraggio di proporre al grande pubblico un’icona della letteratura sotto una luce del tutto inattesa dai più. A procurarle la materia prima è stata un’indagine condotta nel 1998 dal New York Times che ha documentato come si fosse fatto uso di software per fare riemergere il nome di Susan in lettere scritte da Emily da cui poi lo stesso era stato cancellato. Queste rivelavano un rapporto che andava ben al di là dello stato di parentela acquisita.Ecco allora prendere forma una sceneggiatura che ha dato vita a una commedia con qualche tono di dramma in cui non ci si sottrae
anche a mettere in sottile ridicolo alcuni esponenti maschili del mondo letterario dell’epoca. Soprattutto però emerge un’immagine della Dickinson sin da giovane coinvolta nella relazione con una donna che poi le diventerà parente conservando però per lei un sentimento che travalica gli anni.

Tutto ciò viene presentato con una leggerezza non priva di arguta malizia che potrebbe avvicinare alla lettura delle opere della poetessa non solo chi è interessato a questo suo inedito versante omosessuale ma anche e soprattutto per la scoperta di un’anima gioiosa che gli stereotipi hanno radicato in tutt’altro modo nell’immaginario collettivo. Tutto questo poi senza indulgere ad immagini esplicite dei rapporti sessuali (le ‘wild nights’ vengono lasciate all’immaginazione) mantenendosi invece sul registro dell’allusione dando anche spazio a ripicche amorose. La scena in cui Emily ha tessuto delle giarrettiere per un’altra donna suscitando la gelosia di Susan è di quelle che, in estrema sintesi, sanno raccontare le sfumature di una relazione che andava tenuta segreta ma che coinvolse per molti anni le due donne. Olnek ha saputo dosare con maestria e con sguardo femminile la materia a sua disposizione offrendo così una prospettiva diversa e non più esclusivamente per addetti ai lavori della vita e dell’opera di un’autrice che merita di essere conosciuta anche sotto aspetti sin qu, più o meno volutamente, lasciati in ombra dai biografi ufficiali.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

Nel 1998 il New York Times documentò il lavoro operato, tramite l’uso di software, sulle poesie e le lettere di Emily Dickinson, per far riemergere alcune parti cancellate. Si scoprì così che gli scritti erano stati pesantemente rimaneggiati dalla sorella Lavinia e dalla sua prima editor Mabel Todd in occasione della pubblicazione della prima raccolta, per censurare il nome di Susan Gilbert, cognata di Emily con cui la poetessa ebbe una relazione pluridecennale. Olnek parte da questo fatto per raccontare la “sua” Emily, decostruendo l’immagine dimessa, solitaria e malinconica della poetessa cristallizzata nell’immaginario collettivo. Non c’è però nessun intento drammatico nel film, nessuna volontà di raccontare il tormento di un amore ostacolato dalle convenzioni sociali, come si ritrova ad esempio nei due recenti Ritratto della giovane in fiamme o Ammonite. La regista punta ad una messinscena ironica che ribalta il canone tradizionale in cui è stata incastonata Dickinson. Non c’è volontà di ricostruzione filologica della sua biografia, ma di far emergere un lato sconosciuto, vitale e appassionato, dell’autrice.
Un racconto al femminile in cui gli uomini non trovano spazio se non come figure marginali, goffi ed impacciati, sciocchi e stereotipati, anche quando si tratta di personaggi di rilievo culturale come Ralph Waldo Emerson, tra le fonti d’ispirazione della stessa Dickinson. Il film si muove lungo due diverse traiettorie narrative: la prima è quella di Mabel Todd, che durante una presentazione postuma delle poesie di Emily dà in pasto al pubblico l’immagine di una donna solitaria, che mai usciva dalla sua stanza e senza relazioni sociali, definendone per sempre il paradigma. Dall’altra, la relazione tra Emily e Susan, nata durante l’adolescenza, così intensa da spingere Susan a sposare Austin, il fratello di Emily, pur di rimanerle accanto. Un amore vissuto con trasporto, quotidianamente, ma sempre in clandestinità e segnato da un prolifico scambio di lettere affidate ai figli di Susan, che facevano la spola tra le due case adiacenti. Un via vai così intenso da suscitare mormorii, curiosità e fastidio anche nello stesso Austin. A fare da intermezzo lirico tra un’inquadratura e l’altra, i versi tratti dalle poesie di Emily, in una sorta di manifestazione visiva di un’interiorità vibrante e visionaria che si fa simbolo grafico, immagine metaforica.

Il fulcro del film infatti non è la storia d’amore con Susan, né le difficoltà nel farsi pubblicare a causa di un mondo editoriale maschilista ed esclusivo. Emily è finalmente protagonista della sua stessa storia e non è possibile per Olnek slegare la sua rappresentazione dalle sue poesie, restituendone un’immagine limpida, spogliata di qualsiasi elemento di cupezza. Certo, Olnek non risparmia di raccontarne i lati intimi, malinconici, ma rileggendoli sempre con ironia. Come l’ossessione di Dickinson per la morte, legata al fatto che da bambina aveva vissuto in una casa costruita accanto ad un cimitero (“I funerali erano il suo divertimento“). E la totale abnegazione alla scrittura, a cui faceva seguito l’isolamento in camera da letto, è rivestita di luminosità e candore, per cui Olnek immerge la sua protagonista nell’ambiente diafano della sua stanza, trasposizione visiva di una purezza di sentimenti sublimata attraverso i componimenti poetici. Perché Emily di fatto era come le sue poesie: palpitante quanto la natura da cui era così affascinata, libera e indipendente come i suoi versi, che non seguivano alcuno schema metrico. Un talento che spiccava come le sue maiuscole, e allo stesso tempo spiazzava, mettendo in discussione un sistema sociale rigido tanto quanto quello grammaticale.

Chiara Zuccari – sentieriselvaggi.it

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