Todos los males

Simone Derai

Tra specchi che lo illuminano e lo riflettono, il pubblico assiste alla piece Gli Inca del Perù. La storia della principessa inca Phani innamoratasi di un conquistador diventa pretesto per metterci di fronte alle vergogne della storia. Cioè che emerge sullo schermo sono le contraddizioni dello sguardo, del teatro, dell’arte, l’idea che ci facciamo di noi stessi e il problema dell’altro: non solo il film di un allestimento teatrale, piuttosto un documentario dell’immaginazione, un affresco video per riflettere sulla tradizione coloniale dell’Europa.

Italia 2023 (72′)

Lux Padova Logo

  La compagnia teatrale Anagoor che con Todos los males – Tutto il male possibile si aggiudicò il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2018, debutta nella regia cinematografica. Il loro viaggio inizia in una selva verdissima che progressivamente viene sostituita da una foresta ridotta in cenere dalla violenza della colonizzazione. L’oro degli Incas fu sottratto dai “conquistadores” con crudeltà indicibili, inganni e bramosia: tutto, terre e persone, doveva appartenere alla Corona e alla Chiesa. In nome dell’avidità di chi conquista, ai nativi si poteva fare “tutto il male possibile” (todos los males), come riporta un passo di un documento spagnolo del XVI secolo.

Il progetto «nasce per caso» durante la messa in scena di Les Incas du Perou/Les Indes Galantes di Jean Philippe Rameau alla 73. Sagra Musicale Malatestiana di Rimini. Il film nasce inizialmente per documentare la messa in scena dell’opera «ma si voleva fare in modo che emergesse anche un’opera autonoma – aggiunge Derai – Il lavoro scenico aveva al centro un dispositivo video che in un certo senso esponeva le contraddizioni dello sguardo, della rappresentazione dell’arte, dell’idea che ci facciamo di noi stessi e dell’altro. Di qui la necessità di “espandere” la storia in un film di 72 minuti, ma non si tratta del film del concerto, pur restando un film musicale cantato. È qualcosa di nuovo. Anche la musica di Rameau viene sottoposta a uno spostamento: Mauro Martinuz con coraggio a volte espande la dimensione sonora, a volte la manomette, così anche la tradizione sonora subisce un trattamento contemporaneo».

Al centro di Todos los males una storia d’amore impossibile tra la principessa Inca Phani e il conquistador spagnolo Carlos, sullo sfondo della conquista del Perù da parte di Francisco Pizzarro e i suoi, avvenuta tra il 1531 e il 1532. Un amore contrastato da Huascar, sacerdote del culto Inca del Sole, lacerato tra la consapevolezza della devastazione della propria terra e l’amore per la donna. «Oggi non è possibile riprendere “Le Indie Galanti” senza tener conto della distruzione delle civiltà precolombiane ad opera dei conquistadores, della portata e della natura del massacro dei nativi, uno dei più grandi rimossi dell’Occidente, e delle conseguenze storiche del colonialismo nel continente americano e nell’orizzonte globale- osserva Derai – e soprattutto senza interrogare lo sguardo europeo sull’altro. Perché l’atto della colonizzazione non si esaurisce con la conquista violenta dei territori, l’annientamento delle culture esistenti e l’assoggettamento delle genti: alle spalle c’è un pensiero eretto nell’arco di secoli che ne mantiene viva la violenza».
Todos los males, interamente girato in Veneto tra campi di mais, allevamenti di alpaca e lama, rive di fiumi e boschi bruciati, porta in scena una piccola rappresentanza della comunità peruviana in Italia: «Un mega pastiche, un regno degli Incas inventato attorno alla nostra Conigliera e al suo interno – ricorda Derai – e finisce per diventare una fotografia autentica di un’Italia rimossa, quella multietnica che corre verso la creazione di un futuro nel tentativo di superare, comprendendolo, il passato».

Chiara Pavan – Il Gazzettino

  Un giovane esce nudo dal mare. Si rivolge a un contro campo (la riva) e a un fuori campo (la sala che diventerà, a suo modo, materia visibile). Ma chi guarda chi? Le note sono quelle di Les Incas du Pérou, secondo dei quattro movimenti di Les Indes galantes di Jean Philippe Rameau, celebrazione dell’incontro dell’Europa con gli altri continenti. Chi scopre chi? È questa la domanda da mettere in moto per arrivare a un pensiero post-coloniale fuori dai contorni e da ogni vizio dello sguardo, quello sguardo che riduce l’altro a un’immagine del proprio volere. Todos los males nel mostrarci la storia della principessa inca Phani innamoratasi di un conquistador ci mette di fronte (noi discendenti di quei conquistatori) allo spettacolo della Conquista. Le arie dell’episodio, forse, più emblematico di quest’opéra-ballet, per le questioni inaspettatamente attuali che l’attraversano, suonano perfette nella loro problematicità per provare a riflettere sulla contemporaneità. Non si tratta di un documentario che segue la preparazione di un allestimento teatrale; è e non è un film-opera, piuttosto, un «documentario dell’immaginazione» e al tempo stesso un (im)possibile re-enactment, una ri-messa in scena, in azione di quello che è stato con la complicità di una piccola rappresentanza di cittadini italiani di origine peruviana che hanno partecipato attivamente alle riprese e alla scrittura drammaturgica. Todos los males, senza bisogno di prediche o di rassicurazioni edificanti (mix di falsità e buonismo da voltastomaco), ci mette davanti a uno specchio, però ustorio, che concentra i raggi sulle nostre ombre, sulle nostre oscurità, sui nostri bui e sui nostri incolmabili vuoti. E, più che illuminarli, riempirli o rifletterli, li incendia.

Matteo Marelli – filmmakerfest.com

Lascia un commento