Leila e i suoi fratelli

Saeed Roustayi

Iran, oggi. Leila, 40 anni, ha passato la vita a prendersi cura dei suoi genitori e dei suoi quattro fratelli, una famiglia irrequieta e schiacciata dai debiti. Quando il suo progetto di avviare un’impresa che li aiuti a uscire dalla povertà è ostacolato dal padre, Esmail, per motivi egoistici, i già fragilissimi equilibri familiari si spezzano, forse irrimediabilmente. Il ritratto emozionante e delicato di una famiglia imperfetta, uno sguardo profondo sull’Iran di oggi.

Barādarān-e Leylā
Austria/Italia 2022 (115′)

  Terzo lungometraggio del regista iraniano Saeed Roustaee, Leila e i suoi fratelli è un affresco familiare e corale molto segnato dalle sanzioni economiche che hanno colpito l’Iran, con al centro un nucleo di consanguinei alle prese con una scoperta che farà deteriorare ulteriormente e poi precipitare nel caos dinamiche e legami già prostrati dalla frustrazione e dalle reciproche rivendicazioni, fino allo scoperchiamento definito di caos e fragilità. Girando il film in larga parte in interni, Roustaee, anche sceneggiatore, firma un copione che va avanti come un rullo compressore e nel quale non c’è un attimo di respiro durante le dense, ma non sempre a fuoco e legittimate, quasi tre ore di durata: l’implosione è infatti sempre dietro l’angolo e la scrittura riesce, pur nelle evidenti ridondanze, a ravvivare di continuo la posta in gioco e quella in palio attraverso un preciso incastro a orologeria dei punti di visti di tutti i personaggi, che recitano in una sorta di muscolare incrocio tra uno sceneggiato televisivo e uno spettacolo di teatro popolare in presa diretta. La regia, quasi sempre sobria per non dire invisibile, se non in alcuni momenti e accensioni in cui si fuoriesce dalla casa di famiglia e lo stile si fa a tratti più incendiario, ha il merito di mantenere in un equilibrio tesissimo tutti gli elementi in campo, sposando in particolare lo slancio della protagonista Leila, unica donna, volitiva ed energica, in una famiglia di uomini non tutti brillantissimi. A partire da un ottimo incipit che si apre con un potente montaggio alternato, in cui vediamo una fabbrica chiudere per i problemi finanziari dovuti alle ammende americane che colpiscono l’Iran negli anni 80, Leila e i suoi fratelli palesa immediatamente la sua muscolarità nel riflettere sul ruolo del denaro in rapporto alla legittimazione e realizzazione individuale e alle traiettorie private e sentimentali delle persone: un nodo che nel film si fa sempre più cruciale, fino ad assumere tonalità ora fosche ora intimiste ora cupamente e deliberatamente tragicomiche, anche se la prolissità estrema non sempre lo aiuta in chiave cinematografica, disperdendo parte del suo potenziale in qualche assaggio eccessivamente stiracchiato, tirato per le lunghe e davvero troppo verboso. Notevoli, ad ogni modo, la sequenza centrale del matrimonio e l’epilogo, in grado di sciogliere tutta l’elettricità accumulata in una compresenza di cinismo e commiserazione, spaccato impietoso e sincera pietà che dimostra più di un debito, un po’ come tutto il film, con la commedia all’italiana in grado di radiografare i tanti, rapaci vizi e le poche, sparute virtù degli esseri umani, specie se colti dalla lente d’ingrandimento del contesto familiare nel quale tutti, alla lunga, finiscono col mostrare il loro vero volto. Ottima prova della protagonista Taraneh Alidoosti, già vista in About Elly (2009) e Il cliente (2016) di Farhadi, il cui personaggio restituisce appieno una femminilità combattiva e lacerata dalla delusione in una società maschilista e patriarcale, esemplificata in questo caso da uomini ottusi, capricciosi e con poco sale in zucca, ma il vero cuore della vicenda è il meschino, contraddittorio e predatorio padre interpretato da Saeed Poursamini, gelido centro gravitazionale di tutte le traiettorie morali e immorali della vicenda che a tratti, e nei momenti di maggior spessore, pare uscito direttamente da una tragedia di Shakespeare.

longtake.it

  Leila e i suoi quattro fratelli vivono un momento di crisi economica da cui però potrebbero sperare di risollevarsi se non fosse per ciò che il loro anziano padre ha deciso di accettare. Gli è stato infatti proposto di diventare il padrino al matrimonio del primogenito di una famiglia potente che lo ha sempre tenuto a distanza. Per l’uomo l’invito rappresenta un’occasione unica di riscatto sociale ma questo porterà con sé più di un problema all’interno del nucleo familiare. Il cinema iraniano ha in Saeed Roustayi un valido conoscitore di generi che, in questa occasione, sa mettere a frutto la lezione della più classica commedia all’italiana. L’inizio di questo lungo film per il quale però non si avverte la stanchezza della visione è di quelli che inseriscono immediatamente lo spettatore nell’azione. Si assiste al blocco dell’attività produttiva di una fabbrica con l’irruzione delle forze dell’ordine che impongono l’interruzione dei lavori. Da questo evento prende l’avvio della conoscenza dei caratteri dei componenti di una famiglia in cui la figura dominante è costituita dalla sorella senza però ridicolizzare i componenti maschili. La premessa narrativa ci introduce alla necessità di risollevare le sorti di ognuno, impresa che viene ostacolata dal padre che diventa il perno attorno al quale si sviluppa una vicenda con forti valenze di critica sociale. L’uomo, che è stato a lungo umiliato ed ora si vede riconoscere finalmente un ruolo importante, non è in grado di accorgersi del raggiro di cui sta diventando vittima.
Il padrino è colui che deve fare allo sposo il regalo monetariamente più consistente e lui ha messo da parte, all’insaputa dei figli, 40 monete d’oro in attesa del giorno del proprio riscatto in società. Non ha capito che con quei soldi i familiari dello sposo pagheranno il lussuoso ricevimento. Scatta allora l’operazione per far sì che quella somma venga utilizzata più proficuamente. Roustayi riesce a compiere un’operazione di forte critica della società iraniana non dimenticando mai il compito di intrattenere avvalendosi anche di colpi di scena che risultano tutti giustificati. Non solo denuncia l’abisso che separa le classi sociali mostrando l’avidità di chi è già benestante e lo stato di perenne umiliazione di chi invece ha poco o nulla ma mette una donna, Leila, al centro dell’azione.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

 Il cinema di Roustaee torna ad occuparsi con drammatica veemenza di materiale povertà nell’Iran di oggi. Un tono tragico che talvolta fa affiorare vezzi di comicità acre per descrivere il graduale e disperato indebitamento di una famiglia di classe media destinata allo sfacelo. Il vecchio padre così attento alle tradizioni da finirne egoisticamente ed economicamente strozzato; Leila (Taraneh Alidoosti), l’unica figlia femmina e unica entrata sicura della casa; quattro fratelli oramai adulti, disoccupati e perdigiorno, uno guardiano dei cessi di un grande magazzino, un altro intrallazzato con loschi affari da marketing piramidale, un terzo fissato con il wrestling americano in tv e poi Alireza (Navid Mohammadzadeh) operaio appena scappato dai tumulti di rivolta in una fabbrica in subbuglio. Tutti vivono, con l’aggiunta dell’anziana madre, di qualche moglie e pargolo saltellante, nello stesso appartamento. Una compressione umana ed esistenziale che Roustaee tenta di ricomporre nei dialoghi agitati e concitati, nelle linee di sguardo dei protagonisti (la bisettrice principale è Leila-Alireza), come nel possibile affare che salverà la famiglia: l’apertura di un negozio, previo indebitamento, per i quattro fratelli, sperando che l’anziano padre non si sputtani un piccolo tesoretto in monete d’oro solo per diventare simbolico padrino di un clan familiare allargato. La cifra del cinema di Roustaee è quella di una certa artigianalità digitale che dimostra scioltezza narrativa e agilità tecnica. Allo stesso tempo l’universalità di una condizione socioeconomica a perdere si dipana in una sorta di neorealismo che ha molto a che fare con la risolutezza di un certo Asghar Farhadi.

Davide Turrini – ilfattoquotidiano.it

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