Makikiraan Po

Lav Diaz

1617. Il frate spagnolo Padre Enciso, encomendero di una delle Islas Filipinas, governa con ferocia implacabile e una libido insaziabile. “Per domare questi selvaggi”, proclama. Giustifica la propria crudeltà invocando la salvezza dell’anima attraverso la sofferenza di Gesù. Per gli ospitali e accoglienti indigeni filippini non c’è via di scampo.


Let Us Through Dear Ancestors

Filippine 2026 (195′)

VENEZIA – Makikiraan Po, il titolo originale in tagalog del film, è un grido di aiuto e di ribellione, un’invocazione agli antenati a cui chiedere il permesso di attraversare la loro terra. Ancora un dramma storico quello di Lav Diaz, sulle sue Filippine, ancora la foresta come protagonista e simbolo di un paese violentato e stuprato dai conquistatori nel corso della storia.

   Siamo nel 1617, in pieno “siglo de oro”, le Filippine sono già state assoggettate all’autorità di Filippo III, da cui prendono il nome. Sono state istituite le encomiendas, vasti appezzamenti affidati a un colono, in compresenza del clero missionario, con lo scopo di amministrare il territorio, sfruttarne le risorse ed evangelizzare la popolazione indigena. Nel film chi incarna tutte queste forme di sopruso coloniale è padre Enciso nel quale si sovrappongono potere temporale e spirituale. Egli possiede le terre, governa con il pugno di ferro, mandando al massacro gli indigeni, costretti a lavorare alla costruzione della prima chiesa della zona, sfoga i suoi appetiti sessuali con le donne, seminando ovunque figli, tutto in nome della croce e della “civilizzazione dei selvaggi”. La vera protagonista rimane, come in molti film di Diaz, la foresta, qui ritratta ancora una volta magistralmente in bianco e nero e con un’illuminazione orizzontale che si rifrange sulla vegetazione, dando allo spazio scenico un aspetto insolitamente luminoso e dilatando l’inquadratura in profondità, così da trasformare i suoi riconoscibili piani-sequenza in quadri di grande spessore. Popolata come sempre da personaggi reali, ma che fanno parte della mitologia locale, come la guaritrice Babayeng Indimatandong, figura sacra dei culti tradizionali o il bandito Bari-Bari, il cui nome riecheggia tra i villaggi e le foreste e dagli spiriti, invocati dagli anziani e dai bambini, per avere vendetta.


Unico antagonista, e unico vero personaggio, è padre Enciso, incarnazione del Male che sottomette e violenta la Natura, fa morire di fame la guaritrice e spinge il figlio illegittimo Dungwen a un’impresa impossibile: il trasporto delle lastre di marmo necessarie per costruire la chiesa attraverso la foresta infestata dai banditi. Il racconto procede per ellissi e gran parte degli eventi drammatici (l’uccisione della guaritrice, la strage degli operai che trasportavano le pietre) viene relegata al fuori campo. La visione politica di Lav Diaz si è fatta definitivamente cupa: l’avidità, la sopraffazione si sono diffuse come un’epidemia mortale, riducendo il resto all’impotenza, l’oscurità ha preso possesso del mondo, eppure nella fitta densità della foresta si riconosce la persistenza di qualcosa, tracce di luce: i “cari antenati” invocati dai bambini ritorneranno ancora: Let Us Through, Dear Ancestors.

Cristina Menegolli – MCmagazine 115

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