Ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica, DAU segue il percorso di un brillante fisico di origine greca dal 1928 in Unione Sovietica attraverso quattro decenni di sconvolgimenti. Spinto dal desiderio di scoprire le leggi dell’universo, l’idealista Dau viene chiamato al servizio dello Stato per creare una delle armi più letali della storia. In un istituto di ricerca segreto, la vita è regolata dall’ambizione scientifica, dal potere, dalla sorveglianza e dal privilegio. Mentre la sua libertà individuale si riduce, Dau cerca altrove, al di fuori del matrimonio, una forma di liberazione attraverso una serie di relazioni, finendo per smarrire se stesso e la propria capacità di amare. Ritratto intimo di un uomo alla ricerca della felicità e della libertà, e insieme vasto affresco di una società fondata sulla violenza e sull’ideologia, DAU racconta i compromessi che plasmano un’esistenza e finiscono per cambiare il corso della storia.

Francia/Germania/Svezia (195′)
VENEZIA 83° – Premio miglior regia


VENEZIA – Una cacofonia di suoni accompagna un montaggio frenetico di frammenti di luci, immagini, flashback, flashforward nell’incipit per nulla soft del film DAU, vincitore del premio per la miglior regia alla 83a mostra d’arte cinematografica di Venezia. Si tratta del capitolo conclusivo del lavoro gigantesco, colossale che il regista russo Ilya Khrzhanovskiy ha dedicato al premio Nobel della Fisica teorica Lev Davidovic Landau, detto appunto Dau.

Affascinato dal personaggio e dalla sua storia Khrzhanovskiy ha iniziato a girare la sua versione dei fatti dal 2006, sviluppando nel corso degli anni una serie di lavori audiovisivi, due film veri e propri (DAU Natasha e DAU Degeneratsia 2020), performance e installazioni in musei prestigiosi. Nella città ucraina di Charkiv ha fatto allestire un set cinematografico abnorme, chiamato “L’Istituto”, dove hanno soggiornato per mesi e anche per anni attori, fotografi, tecnici, ma anche artisti importanti, accomunati dal fatto di aver voluto “rendere visibile l’invisibile”, come Carsten Holler (che prima di diventare un noto artista visivo ha lavorato come scienziato con un dottorato in agraria) e Marina Abramovic, il regista italiano Romeo Castellucci (già direttore della Biennale Teatro) e anche il nostro fisico Carlo Rovelli, che hanno dato il loro contributo, interpretando se stessi. Nel momento in cui il regista ha deciso di chiudere il cerchio, ha selezionato tra l’enorme mole di materiale girato nel corso degli anni quello riguardante più espressamente la biografia di Landau.

“Ridotto” a sole tre ore e un quarto il film racconta trent’anni di vita (fino al 1958) del fisico e premio Nobel, più un epilogo (nel 1968): in questi tre decenni c’è il tentativo dello scienziato di salvaguardare l’autonomia della scienza dalle ingerenze politiche, seguito dal fallimento del sogno rivoluzionario, dell’utopia di Marx e anche di Lenin e dalla graduale sottomissione alle imposizioni del regime. Interpretato dal musicista, direttore d’orchestra greco Teodor Currentzis, Landau, così come il suo omologo americano Oppenheimer, negli anni Trenta e Quaranta deve difendersi dalle pretese delle autorità, che vorrebbero che mettesse il suo sapere al servizio della patria per realizzare una bomba. Landau si rifiuta categoricamente, continuando a sostenere l’importanza della fisica teorica, che deve produrre miglioramento umano e non morte. A differenza di altri suoi colleghi non dovrà subire delle conseguenze penali per il suo diniego, ma dovrà abbandonare la sua città (in una scena notturna apocalittica con esterni girati in studio) e si trasferirà con la sua ragazza a Mosca, dove inizierà a lavorare per un Istituto scientifico che opera in massima segretezza. Dau viene rappresentato come un genio pieno di vita, ardore, desiderio. Un giovane che crede nella possibilità di cambiare le cose, che ama la dialettica e il confronto con i suoi colleghi. Quella vitalità, rappresentata emblematicamente dalla sua giacca di velluto rosso, sparirà nel corso degli anni, sprofondando in una cupezza, in cui ogni entusiasmo si è spento e anche l’amore è morto.
La seconda parte, girata verosimilmente in un momento successivo, con altri mezzi e un altro apparato tecnico, cambia registro in modo netto. Si concentra prevalentemente sulla vita sessuale e privata del protagonista, ormai trasformato da giovane scienziato un po’ impacciato a uomo realizzato, senza più limiti morali, schiavo dei piaceri sessuali, sui quali la regia si dilunga inutilmente, perdendo la tensione accumulata in precedenza. C’è infatti una cesura pesante tra la prima parte, dedicata a un fase storica in cui è ancora possibile la gioia e la seconda che è invece uno sprofondare nel grigiore di un apparato, che ormai ha preso il sopravvento. L’indubbio fascino del film sembra legato più all’aspetto puramente visivo: la precisione della scenografia nella curatissima ricostruzione degli interni, ma anche degli esterni in studio, la coerenza interna della fotografia, nonostante tre direttori diversi operanti in tempi diversi (Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro, Lol Crawley), con un cromatismo tendente al nero, in cui tanto più spicca la giacca rossa di Dau. Ma l’impressione finale è che avendo prestato più attenzione all’impatto della singola sequenza, che alla resa dello sguardo generale, Khrzhanovskiy abbia creato un film complessivamente disomogeneo, che alterna momenti di grande impatto visivo (la fuga da Leningrado e la caduta della campana, il dialogo tra Landau e il suo superiore sul tetto dell’istituto moscovita leggibile escherianamente soltanto se inquadrato da sotto o da dentro) con momenti inutilmente ripetitivi, eccessivi, ridondanti, cosicchè a mancare è proprio quella tensione dell’ethos dello scienziato chiamato a creare per distruggere, che doveva essere il suo nucleo portante. Forse il progetto di costruire la struttura del film collegandola alla fisica quantistica per cui “sogno, visione e memoria diventano stati equivalenti di una realtà in cui tempo e spazio non sono lineari” era troppo ambizioso per poter essere contenuto nella, seppur ragguardevole, durata (195′) del film. Sebbene il risultato sia inferiore alle aspettative, si tratta comunque di un’opera sicuramente interessante, soprattutto in riferimento alla sua particolare genesi e costruzione, ma stupisce che il premio sia andato proprio alla regia.
Cristina Menegolli – MCmagazine 115

