Una biografia di Jorge Luis Borges costruita a partire da un’approfondita ricognizione delle carte che ha lasciato, dei libri che ha letto e dei luoghi che ha attraversato. Un tentativo di decifrare una vita singolare: quella di un uomo che ha vissuto come un guerriero clandestino, la cui causa era la letteratura, concepita al tempo stesso come un regno e un paesaggio. Borges combatteva da una biblioteca per ampliare i confini della sua tribù: quella di chi considera libri, trame e parole la parte più importante dell’universo.

Argentina 2026 (330′)
VENEZIA – Debbo la scoperta di Biografía de Jorge Luis Borges all’incontro di una lente e di una rivista. La prima è un vetro convesso che occorre, all’inizio del film, al critico e traduttore Ernesto Montequín per decifrare le calligrafie minute e le correzioni rizomatiche nei manoscritti di Borges; la seconda è una ristampa del numero 68 della rivista Sur, di cui la macchina da presa di Mariano Llinás sembra incapace di restituire la caratteristica cromia verde giada mitizzata in un celebre racconto dell’argentino (Tlon, Uqbar, Orbis Tetrius – Finzioni 1944). Non saprei dire quale dei due oggetti sia più importante. Dopo cinque ore e mezza trascorse nel labirinto costruito da Llinás non escluderei neppure che siano lo stesso oggetto, soltanto visto da angolazioni differenti.

In origine, l’incarico era assai modesto: filmare una collezione americana di manoscritti, lettere, prime edizioni e altri materiali appartenuto allo scrittore argentino. Non è difficile immaginare il momento – certamente Llinás potrebbe indicarne uno diverso – in cui l’inventario smise di essere un inventario e cominciò scrupolosamente a mimare il disordine cartesiano di un racconto di Borges. Da un’annotazione lasciata cadere in una piega della pagina si giungeva a una lettera, dalla lettera a una donna, da essa a una città, scivolando di rimando in rimando sino a un verso scritto quarant’anni prima e ogni risposta, anziché restringere il raggio dell’indagine, lo allargava, al punto che se Adolfo Bioy Casares fosse stato presente non avrebbe mancato di ricordare il giudizio di quell’eresiarca di Uqbar, che giudicava abominevoli l’eco e le risposte, poiché entrambe moltiplicano il numero delle domande. Tale era la dispersione cui si andava incontro provando a ordinare quel materiale, tanti i fili senza scopo che da esso si diramavano, da indurre qualcuno a credere che quei documenti potessero servire a raccontare, anziché la fondazione che li possedeva, la vita di un uomo, in tutta la sua irriducibilità. La spiegazione più ragionevole è che quel qualcuno fosse Mariano Llinás. Il film suggerisce, con crescente insistenza, che potrebbe essere stato Borges. Non sarebbe, del resto, la prima volta. L’autore che immaginò un romanzo infinito capace di contenere tutte le alternative, biblioteche che vengono a coincidere con l’universo e scrittori destinati a ripetere parola per parola libri già scritti aveva sviluppato anche l’abitudine di lasciarsi alle spalle versioni multiple di uno stesso testo, correzioni vergate ai margini delle pagine, lettere, dediche, postille e false piste. E Llinás, anziché separare metodicamente il documento rilevante dal detrito, assume precisamente questa sovrabbondanza come metodo. Una cancellatura può contare quanto un libro pubblicato, una cartolina costringere a cambiare continente, un riferimento marginale aprire una digressione di mezz’ora.

La biografia procede dunque come procedono i racconti di Borges: non verso il proprio oggetto, ma lateralmente, attraverso una proliferazione di deviazioni lungo geometrie non euclidee, che finiscono misteriosamente per avvicinarvisi più di una linea retta. Da ciò, anche, la necessità di una durata sovrabbondante – oltre cinque ore – che ricorda l’adagio di Pascal nella sedicesima lettera provinciale: “Vi scrivo una lettera lunga perché non ho tempo di scriverne una breve”. Un film più breve avrebbe implicato la scelta a priori di un’unica direzione di ricerca; questo, smarcandosi da ogni limite temporale, si concede il privilegio, assai borgesiano, di verificare uno spazio di possibilità. Oltre gli specchi, i labirinti, le biblioteche, i simboli, insomma, che cinquant’anni di esegesi hanno destituito a contrassegno – talvolta un po’ semplice e ripetitivo – dell’arte di Borges Llinás insegue le biforcazioni non percorse che stanno dietro ogni fatto. Come i manoscritti di cui Montequín percorre le cancellazioni, i disegni di cui ricostruisce l’attribuzione, anche questa Biografía conserva deliberatamente l’aspetto del cantiere. Viaggi, discussioni, errori, deviazioni, la presenza stessa del regista, che, anziché cancellarsi dietro il proprio oggetto di studio, diventa una condizione della sua apparizione. Un più prudente biografo avrebbe certo occultato le impalcature, una volta terminato l’edificio, ma Llinás sembra sospettare che proprio esse, come il taglio sul parabrezza dell’auto che si ripete per tutto il film, siano, forse, l’unica cosa che possiamo dare per certa. Ed è qui che compare il verde. In uno dei passaggi più belli del film, Llinás e il suo direttore della fotografia Agustín Mendilaharzu cercano di riprendere la copertina di Sur, al cui colore verde giada Borges dedica il celebre poscritto.

L’oggetto esiste ancora; è posto lì, innanzi alla macchina da presa. Si direbbe una delle rare occasioni in cui finalmente la certezza del documento può prevalere sugli incastri della memoria, l’immagine sulla parola. Eppure, qualcosa va storto, la camera digitale sembra non riuscire a catturare l’oggetto e oltre il monitor di controllo la pagina appare azzurrognola. Viene bilanciato il bianco, corretta l’esposizione, variate le impostazioni della macchina, ma ogni aggiustamento che dovrebbe avvicinarli al vero rende, invece, quel verdeazzurro di volta in volta più chiaro o più scuro, diverso. L’oggetto possiede una propria tonalità, Borges ne ha descritta un’altra – inconoscibile -, la macchina da presa ne registra una terza e il monitor, verosimilmente, ne restituisce una quarta. Di nuovo, un documentario tradizionale si sarebbe premurato di correggere il colore in postproduzione e nascondere la scomoda vicissitudine. Non così Llinás, che, oltre la divertita ironia della scenetta, intuisce come l’impossibilità di riprodurre quel verde giada non decreti un tradimento dell’immagine à la Magritte (La trahison des images, 1929), e neppure diventi una dichiarazione dell’impossibilità di imbastire su Borges un racconto veritiero, vale a dire una storia di fatti. Anzi, proprio perché quel verde non esiste, può continuare a essere cercato; similmente, proprio perché non coincide con nessuna delle sue immagini, ogni nuova immagine di Borges può aggiungersi alle precedenti.

Da quel momento diventa difficile stabilire se Biografía de Jorge Luis Borges sia davvero una biografia oppure una lunga dimostrazione dell’impossibilità della biografia; ma sarebbe poco borgesiano supporre che le due alternative si escludano. Il film, dal canto suo, procede imperterrito e viaggia tra Buenos Aires, Ginevra, Austin, New York, Cambridge e Reykjavík, visita case, biblioteche e archivi, segue il percorso materiale di un uomo che trascorse buona parte della propria vita nella convinzione che la letteratura potesse contenere luoghi nei quali non era mai stato e tempi nei quali non avrebbe potuto vivere. La conseguenza, solo apparentemente paradossale, è che più Llinás accumula prove dell’esistenza reale di Borges, più Borges sembra assumere la consistenza di uno dei propri personaggi. Verso la fine del film avevo ormai accettato una teoria che non potevo dimostrare. Borges, che conosceva bene il valore narrativo delle coincidenze e delle false attribuzioni, che ha percorso per tutta la vita sentieri che si biforcano nel desiderio consapevolmente impossibile di esaurirne le combinazioni, che ha letto più dell’esistente e recensito libri mai scritti, aveva distribuito negli anni una quantità sufficiente di tracce affinché, molto tempo dopo la sua morte, un regista particolarmente incline alle digressioni vi inciampasse e credesse spontaneamente di aver deciso di trarne un film. La durata, i viaggi, Montequín, la lente, persino gli errori di fuoco ed esposizione erano già previsti. Forse lo era anche la proiezione veneziana del 2026 e, con minore probabilità ma non minore inquietudine, questa recensione.
Matteo Pernini – MCmagazine 115