Nel 2006 il giornalista Chris Hansen entra nella storia della televisione con To Catch a Predator, un controverso format che, attraverso operazioni sotto copertura e telecamere nascoste, porta davanti al pubblico predatori sessuali colti sul fatto. Mentre il programma diventa un fenomeno nazionale guadagnando la prima serata e il suo conduttore il beniamino degli spettatori, il confine tra informazione, giustizia e spettacolo si fa sempre più ambiguo.

USA 2026 (107′)
Compro horror, ne sono ingordo
Come il traffico dell’ingorgo
Ogni crimine ha un indotto
Che io trasformo in un lingotto
VENEZIA – In Compro Horror (2014) Caparezza gioca con ironia sull’assonanza con i «Compro oro» ricordandoci che l’orrore, oggi, si compra, si vende e si rivende come qualsiasi altro prodotto d’intrattenimento. Attorno all’attenzione generata da un crimine prospera un indotto dovuto alla morbosità dei telespettatori verso certi temi, e c’è, per esempio, anche chi ne ha fatto un mestiere che il cinema ha già saputo raccontare: Lou Bloom, l’avvoltoio di Nightcrawler, il film di Dan Gilroy del 2014, rivende sciagure ai notiziari. Chi trae vantaggio dallo spettacolo della gogna, quale potere esercita sul pubblico e quali conseguenze produce? Machiavelli, per il quale il potere vive anche di apparenze, avrebbe riconosciuto nel Chris Hansen di Primetime (interpretato da Robert Pattinson) un principe da prima serata…

Lance Oppenheim, documentarista, debutta nella finzione con Primetime passato in concorso a Venezia 83. Il film è scritto da Ajon Singh e prodotto, tra gli altri, da Robert Pattinson e Ari Aster per A24. Il soggetto è la nascita, nel 2006, di To Catch a Predator, il programma di Dateline NBC che ha reso Chris Hansen un celebre presentatore della tv americana. Hansen è un conduttore ambizioso, deciso a entrare nella storia della televisione smascherando adulti che addescano minorenni online, con “l’appoggio” delle forze dell’ordine e delle cosiddette “esche”. Tra queste c’è Dan Plumb (Skyler Gisondo), aspirante attore ventitreenne. Attorno a loro gira una macchina produttiva nella quale è inserita anche Andie Bender (Merritt Wever), la produttrice del programma, che ha fame di ascolti che non si chiede mai a quale prezzo. Le scelte formali del film costituiscono probabilmente l’aspetto più riuscito. Oppenheim costruisce un ritratto claustrofobico che tratta il soggetto quasi come un film di genere horror/thriller e ricalca grana e fisionomia della tv dei primi anni Duemila. Sembra che nella pellicola si sia voluto ricreare il blu stand-by televisivo da tubo catodico, con esiti particolarmente efficaci: il colore richiama immediatamente l’estetica dei vecchi televisori e, al tempo stesso, evoca un senso di vuoto e sospensione, riportando il rapporto ambiguo tra spettacolo e voyeurismo. Oppenheim indugia sui volti e sugli ambienti dove la trappola scatta riuscendo a ricavare tensione e a volte grottesco.
Pattinson offre una prova magistrale e conferma di essere, in questo 2026, tra gli interpreti più presenti e incisivi del cinema: il suo Hansen è nervoso, viscido, profondamente falso, un uomo che sembra aver fatto un patto mefistofelico, barattando ogni scrupolo in cambio di ascolti e di fama, convinto della propria missione e incapace di vederne le ombre. Ma se sul piano della messa in scena e della recitazione a Primetime non si può rimproverare nulla, su quello tematico il film è meno efficace. Pone Hansen sotto una lente d’ingrandimento, poi rinuncia a ciò che più conta: rispondere alle domande che solleva. Perché il pubblico vuole guardare tutto questo? Che cosa accade ai colpevoli/vittime dopo la gogna televisiva? Portare certe storie sullo schermo contribuisce in qualche misura a limitarle? Il film non lo chiarisce e, tacendo, finisce per spettacolarizzare ciò che intende, forse, criticare, cadendo nello stesso vizio che mostra. Resta una messa in scena buona, ma che altro? Quanto all’originalità del film e della penultima scena, il culmine di suspense prima di ritrovare Dan un anno dopo, la tesi del potere dello sguardo della settima arte era già stato consegnato al cinema, in forma esemplare e più riuscita, da Michael Powell con Peeping Tom nel 1960.
Leonardo Zago – MCmagazine 115

