Elon Musk Unveiled. The Tesla Experiment

Andreas Pichler

Un’inchiesta che ripercorre l’ascesa fulminea di Musk tra le contraddizioni del successo imprenditoriale e le norme di sicurezza. Attraverso le interviste alle vittime e ai loro familiari il documentario racconta crash, errori dei sistemi e la controversa figura del tycoon, tra tecnologia sperimentale e responsabilità giudiziarie.


USA 2026 (89′)
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    Il documentario costruisce il suo racconto con una precisione quasi didattica: prima le vittime, poi gli ingegneri, poi Musk. Una progressione che non è casuale, ma strategica. Prima l’impatto emotivo di quello che, chi più chi meno, conosciamo tutti (i casi di incidenti mortali che hanno coinvolto veicoli Tesla dotati di autopilota), poi la competenza tecnica, infine il volto pubblico. Ed è proprio su questo volto che il film insiste. Non tanto per smontarlo, quanto per ridimensionarlo. Perché Musk, nel racconto che ne fa il documentario, e che trova riscontro nella realtà mediatica degli ultimi anni, non è solo un imprenditore. È un narratore. Uno che ha capito prima degli altri che il vero prodotto non è la tecnologia, ma il racconto della tecnologia. E quando il racconto diventa più veloce del prodotto, succede qualcosa di pericoloso: il prodotto non deve più funzionare perfettamente. Deve solo sembrare credibile abbastanza a lungo. Il nodo centrale, inevitabilmente, è quello dell’Autopilot. Un nome che già da solo contiene una promessa, forse eccessiva, di autonomia. Il dibattito sulla guida autonoma è reale, aperto, tutt’altro che risolto: approcci diversi, tecnologie diverse, limiti ancora evidenti. Tesla ha scelto una strada specifica, basata soprattutto sulla visione artificiale, mentre altri competitor utilizzano sistemi più complessi come il LiDAR. Il documentario non entra nel dettaglio ingegneristico con rigore accademico, e questo è uno dei suoi limiti, ma centra un punto sostanziale: la percezione pubblica delle capacità del sistema è stata, in più di un caso, più avanzata della realtà tecnica. E qui si inserisce la sua accusa più forte, costruita attraverso testimonianze e materiali d’archivio: che gli utenti siano stati, di fatto, parte di un esperimento in corso. Non dichiarato apertamente, ma implicito nell’utilizzo stesso della tecnologia. È una tesi, non una sentenza. Ma è una tesi che poggia su un terreno reale: incidenti documentati, indagini aperte, interrogativi ancora senza risposta definitiva.

Il racconto si sposta poi all’interno dell’azienda, dando voce a chi avrebbe vissuto la costruzione di quel sistema. Ex ingegneri, tecnici, addetti ai lavori. Qui il documentario si fa più scivoloso, perché entra in un territorio dove la verifica assoluta è più complessa: pressioni interne, timori, presunti silenzi. Elementi che il film attribuisce a testimonianze dirette e a materiali giornalistici, come quelli emersi nei cosiddetti “Tesla Files”. Queste inchieste esistono, sono state pubblicate da testate internazionali, e raccontano criticità, reclami, problemi tecnici. Il documentario le utilizza per rafforzare una narrazione precisa: quella di un sistema che, in alcuni casi, avrebbe preferito proteggere la propria immagine piuttosto che rallentare. Ed è proprio in questo momento che Elon Musk Unveiled – The Tesla Experiment affonda il coltello. Non più solo Tesla, ma anche un po’ SpaceX, e perché non i rapporti istituzionali, la crescente esposizione pubblica di Musk. Qui il film suggerisce un passaggio chiave: l’imprenditore che diventa figura politica. Non nel senso tradizionale, ma nel modo in cui influenza il dibattito, orienta le narrazioni, parla direttamente a milioni di persone senza filtri. È un fenomeno reale, osservabile. E il documentario lo inserisce nel suo ragionamento per mostrare come il potere tecnologico e quello comunicativo si stiano fondendo in una figura unica. Una figura che non ha bisogno di essere eletta per essere influente, che compra spazi di dibattito pubblico per manomettere la realtà dall’interno.

E poi, quasi naturalmente, si arriva al punto più profondo. Quello che il film non esplicita del tutto, ma che attraversa ogni sua sequenza: il transumanesimo. L’idea che la tecnologia debba superare i limiti umani, riscrivere le regole, portarci oltre. Non è una fantasia recente, né un’eresia. È una corrente di pensiero legittima, complessa, discussa. Musk è riuscito nella straordinaria impresa di farci confondere l’imprenditore con il “creatore”; lui sogna un futuro transumano-tecnoutopico alla Deus ex. Il problema è che la distanza tra la grandezza dell’idea e la concretezza delle sue applicazioni è ancora enorme. E quando questa distanza viene colmata con la narrazione invece che con i risultati, il rischio è evidente: confondere il potenziale con il potere… E allora la domanda non è più tecnica, né legale. È etica.

Andrea Vecera – taxidrivers.it

     Elon Musk Unveiled ha una sorta di punto di partenza specifico nella cronaca, ovvero la morte di Nabel Beinavides e il ferimento del suo fidanzato, nel 2019, fermi nella loro auto a ridosso di un incrocio della Florida, travolti da una Tesla con il pilota automatico che non li ha riconosciuti come ostacoli. Una battaglia giuridica emblematica, scheletro di un documentario-scandaglio sia dentro le officine, ascoltando le gole profonde della Tesla, sia percorrendo la futuristica parabola di Musk stesso, da transumanista visionario, democratico ed ecologista, all’abbraccio presidenziale anti-woke e turbocapitalista con Trump. Pichler sembra spiegare come questa improvvisa sterzata politica di Musk, poco più di quattro anni fa, sia stata un tentativo di bloccare inchieste, cause e anche solo richieste di informazioni che molte commissioni ed enti regolatori governativi avevano reclamato di fronte alla mancata sicurezza di quelle Tesla con pilota automatico andate a schiantarsi come impazzite. Il ritratto del neo-tycoon è ovviamente quello di una figura negativa: padrone che non concede pause e tutele ai propri dipendenti, messia proteso verso l’ipertecnologizzazione del futuro, tanto da mettere nel conto vittime e feriti per i propri “esperimenti” (è Musk stesso a ripetere più volte che la tecnologia del pilota automatico “salverà molte vite”). In pratica, l’acquisto di quelle Tesla sarebbe stata più una missione di fede che un consumo consapevole dei rischi alla guida. Nell’agosto del 2025, un tribunale degli Stati Uniti ha ritenuto parzialmente responsabile Tesla della morte di Nabel Beinavides, imponendo un risarcimento milionario ai familiari. Sentenza alla quale i legali della Tesla si sono appellati, sostenendo che la responsabilità era tutta del guidatore, che aveva ignorato gli avvisi dell’auto. Richiesta respinta da un giudice nel febbraio 2026.

Davide Turrini – ilfattoquotidiano.it

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