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My Home, In Libya

Martina Melilli

Martina vuole restituire ai nonni vissuti in Libia fino al 1970 la memoria dei loro tempi attraverso le immagini della Tripoli di oggi. Impossibilitata a intraprendere il viaggio, grazie ai social, si rivolge allora a Mahmoud, un giovane che inizia a raccontarle la vita quotidiana sotto il terrorismo. Tra di loro si stabilisce un rapporto a distanza, sempre più profondo… Uno stile originale per il compito prezioso di fare memoria.

Italia 2018 – 1h 6′
Cannes UN CERTAIN REGARD: Miglior Regia


  Martina Melilli racconta e si racconta la storia della sua famiglia finora mai completamente venuta alla luce. Il nonno Antonio, nato in Libia quando era una colonia italiana, ha vissuto a Tripoli e lì si è sposato con una connazionale. Dopo il colpo di stato di Gheddafi hanno dovuto rientrare in Italia ma ricordano ancora con nostalgia quegli anni. Martina, con l’aiuto di un giovane libico conosciuto in Internet, riesce a mostrare loro quei luoghi così come sono oggi mentre tra i due nasce un’amicizia a distanza che mette progressivamente in luce le condizioni della Libia attuale.
Martina Melilli si assume un compito che si va facendo sempre più prezioso perché sono sempre meno le persone disposte a farsene carico: fare memoria. La fa su due piani. Nei confronti del passato, spingendo i nonni a raccontare quella che è stata la vita di tanti italiani nelle colonie e le problematiche vissute al rientro in patria. Ma si apre anche a una memoria per il futuro intrecciando una relazione amichevole con il libico Mahmoud che ci propone uno sguardo sulla situazione odierna della Libia che i reportage televisivi elidono. Al contrario di quello che ci si potrebbe attendere qui si parla poco di migranti (da segnalare un velenoso servizio radiofonico in cui si tacciano di viltà i profughi maschi) mentre invece si pone l’accento sulla guerra per bande che sconvolge la quotidianità dei libici e rischia di cancellare il futuro ai più giovani.


Tutto questo viene raccontato con uno stile originale a cui fa velo un solo, ma non secondario, elemento: il materiale a disposizione è di rilievo ma non riesce a coprire la durata del documentario. Il dover ricorrere più volte alle immagini di Antonio con il pappagallo ne costituisce il sensore più evidente. A volte la sintesi si rivela estremamente più efficace ed essenziale alla ricezione del messaggio rispetto ad un allungamento dei tempi che sembra conferire più dignità all’opera ma di fatto la indebolisce. Resta comunque, va ribadito, il merito di cui sopra e che inserisce Melilli di fatto tra le certezze del documentarismo italiano.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

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