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Storia di un matrimonio

Noah Baumbach

Nella fine di una storia di coppia c’è il momento cruciale in cui il matrimonio si incrina e la bolla scoppia lasciando solo disordine e amarezza, tristezza e incapacità di orientarsi. Marriage Story è un ritratto incisivo e compassionevole di un ossimoro sentimentale: un matrimonio che va in pezzi e una famiglia che resta unita. Straziante ed esilarante, classico e inventivo grazie al talento di Baumbach e alle memorabile interpretazioni di Scarlett Johansson e Adam Driver.

USA 2019 (136′)


  Può la fine di una storia segnare l’inizio di un nuova nuova scoperta di sé stessi? È questa la domanda cui cerca di rispondere Noah Baumbach (Mistress America) in Storia di un matrimonio, il film presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia che sembra in qualche maniera ripercorrere la sua rottura con la moglie Jennifer Jason Leigh, da cui è divorziato dal 2013. Nel film il regista si concentra sul momento in cui il matrimonio si incrina e la bolla scoppia lasciando solo disordine e amarezza, tristezza e incapacità di orientarsi. Protagonisti della storia sono Scarlett Johansson e Adam Driver, rispettivamente nel ruolo di Nicole e Charlie: due anime che sembrano incastrarsi alla perfezione ma che, con il passare del tempo, vengono risucchiate da un turbine che mette a dura prova la resistenza e la fiducia. Baumbach prende un matrimonio e lo disseziona come se fosse un corpo con i tessuti spenti, attento a capire quale sia stata la crepa a far collassare una macchina che sembrava perfetta. Lo fa adottando diversi punti di vista e cercando di analizzare la crisi attraverso gli occhi dei suoi protagonisti, immortalati in tutto quel delicato processo che porta a rompere la routine e a lottare l’affido del figlio in un avvincente rimando a Kramer contro Kramer, probabilmente il film che indagato più a fondo la sofferenza e la crisi personale che qualsiasi divorzio comporta.

Mario Manca – Vanity Fair


C
i si ritrova sempre sorpresi di fronte alla riconferma del talento e della creatività di un autore come Noah Baumbach, alacre ri-scrittore di canovacci già noti, che nelle sue capaci mani si trasformano, sotto lo sguardo incredulo di uno spettatore propenso ad adagiarsi – o anche ad opporre resistenza – agli abituali cliché, in qualcosa di nuovo, pulsante, vero.
In Storia di un matrimonio, prodotto Netflix in concorso a Venezia 76, i modelli di partenza, filmografia dello stesso Baumbach a parte, vengono immediatamente dichiarati: si tratta di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, principalmente, ma anche del Woody Allen (bergmaniano) di fine anni ‘80 inizio ‘90, qui evocato tra l’altro dalla presenza in scena di un ben ritrovato Alan Alda (indimenticabile in Crimini e misfatti). Senza tralasciare poi tutta quella filmografia sulle vicende di coppia che va da Come eravamo a Harry ti presento Sally, passando per il dimenticato Lo stesso giorno il prossimo anno, tra l’altro con un giovanissimo Alan Alda. E poi, naturalmente, c’è Kramer contro Kramer.

Come si sarà a questo punto intuito Storia di un matrimonio è il resoconto dettagliato della fine di un amore, quello tra l’attrice Nicole (Scarlett Johansson) e il regista teatrale d’avanguardia Charlie (Adam Driver), sposati, con bimbo seienne e residenti a New York. Baumbach elimina subito il problema dei flashback sul passato concentrando tutto nei primi minuti del film, dove sono riassunti il punto di vista di lui su di lei e viceversa, attraverso l’espediente narrativo di una seduta di terapia di coppia. Da qui in avanti Storia di un matrimonio si concentra prevalentemente sul presente, doloroso, ma mai ricattatorio, e dunque sulla constatazione della fine di una relazione.

Nicole decide infatti di tornare nella nativa Los Angeles, dove viene scritturata per il pilot di una serie tv e porta con sé il piccolo Henry, quindi si rivolge allo studio legale di una rampante professionista incarnata da Laura Dern – esilarante il suo monologo sul ruolo della donna nella cultura giudaico-cristiana – per instradare le pratiche del divorzio. Charlie, dal canto suo, inanella successi con le sue pièce d’avanguardia newyorkesi, ma l’imminente diatriba per l’affido del bambino lo spinge a fare la spola con L.A., dove in principio si affida all’avvocato vecchio stampo incarnato dal già citato Alan Alda – sublime la sua filosofia del “tutto è temporaneo” – poi al più triviale e aggressivo (non poteva essere altrimenti) Ray Liotta. E così, dopo l’iniziale sortita dallo psicanalista, tocca agli avvocati assumere il ruolo di confessori e depositari, necessariamente poco discreti, di dinamiche di coppia che vanno dalla reciproco parassitismo, alle invidie lavorative, ai tic casalinghi più comuni.

 

  

Con l’abituale acume nei dialoghi che lo contraddistingue, Baumbach procede nella sua esplorazione antropologica centellinando informazioni ed emozioni, alternando il dramma alla comicità più brillante e persino slapstick. Particolarmente curata è poi la centralità del teatro come supporto alla narrazione: forma di rappresentazione nella rappresentazione, oltretutto assai fisica e simbolica dal momento che si parla di avanguardia teatrale, il palco teatrale offre poi il destro per la sortita in scena di una sorta di “coro” da tragedia greca, quando la scalcagnata compagnia newyorkese d’avanguardia si prodiga nel fornire puntualizzazioni sui nostri due protagonisti. Ulteriore tipologia di messa in scena utilizzata dall’autore è poi qui quella “legale”, per cui l’intera vicenda di coppia viene reinterpretata in tribunale, piegata alle esigenze di una dinamica processuale serrata, aggressiva e volgare, sia perché riduce l’amore svanito a una serie di rivendicazioni aspre, sia perché vi giganteggiano, con la ruspante maestria che li contraddistingue, due cavalli di razza del calibro di Ray Liotta e Laura Dern. Ma soprattutto il teatro e la teatralità nel senso più elevato del termine sono qui presi a modello per un lavoro sugli attori di grande efficacia.

Persino con eccessivo equilibrio Baumbach concede prima un monologo straziante in piano sequenza a Scarlett Johansson e poi un’esibizione canora potentissima ad Adam Driver, sempre contenuta in un’unica, strabiliante inquadratura.
Tra i film più compiuti e maturi di Baumbach, Storia di un matrimonio procede dunque come un crescendo inarrestabile che al di là delle sue concessioni – ma forse è solo autoconsapevolezza – al già visto e già narrato dai grandi maestri (Bergman, Allen) riesce costantemente a ritagliarsi aperture all’invenzione a sottili, ficcanti e appaganti fuochi d’artificio utili a rivelare, ancora una volta, la surrealtà sempre possibile (e sempre riproducibile) della fine di un amore.

Daria Pomponio – quinlan.it

 

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