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Troppa grazia

Gianni Zanasi

Lucia è una geometra che vive da sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, economiche e sentimentali, il Comune le affida un controllo su un terreno scelto per costruire una grande opera architettonica. Lei nota che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l’incarico decide di non dire nulla. Poi, durante una rilevazione, incontra all’improvviso una giovane “profuga”. Un’apparizione? La vede solo lei e quella le chiede di costruire, su quei terreni, una chiesa… Muovendosi tra favola, realismo, magia e miscredenza Zanasi solleva una serie di questioni centrali nella contemporaneità a cominciare dal bisogno di credere in qualcosa e dalla necessità di badare alle piccole bellezze che ci circondano.

 

 

Italia/Spagna/Grecia 2018 – 1h 50′ 


T
utto ti aspetteresti dalla Madonna meno che sia manesca o che tiri per i capelli chi non segue la strada che lei indica. Non è questa l’immagine che ci hanno trasmesso secoli di devozione, ma è quella che ossessiona una povera geometra di provincia che vorrebbe solo fare il suo lavoro in pace e che invece si vede apparire quando (e dove) meno se l’aspetta una donna velata. Che all’inizio le sembra una migrante, visto l’abito e la pelle olivastra, ma che poi non può che essere proprio lei, la Madonna (interpretata dall’attrice israeliana Hadas Yaron). E tutti potrebbero aspettarsi che un film costruito intorno a una storia di «apparizioni» sia un melodramma se non un dramma vero e proprio. Invece, Troppa grazia — il titolo mette sull’avviso — sceglie un’altra via, quella della commedia piacevolmente provocatrice e simpaticamente divertente. Senza rischi di blasfemia o di mancanza di rispetto ma con una bella dose di leggerezza e un pizzico di (educata) sfrontatezza.
Emiliano di nascita (è di Vignola, in provincia di Modena, dove è nato 53 anni fa) il regista Gianni Zanasi ha saputo coltivare negli anni il gusto originale per un cinema lontano dal mainstream «romano», corroborato da un’ironia stralunata e amara che racconta le tante facce dell’Italia contemporanea senza far ricorso ai tipi abusati di certa commedia nazionale. Non pensarci, del 2007, ne è stato l’esempio più riuscito e Troppa grazia ne riprende la strada e l’esempio, dopo il mezzo passo falso di La felicità è un sistema complesso.
Ambientato in una provincia anonima e, si capirà poi, abbastanza depressa, il film ci fa subito conoscere il carattere determinato della protagonista, la geometra Lucia (un’Alba Rohrwacher finalmente utilizzata per le sue belle qualità comiche). La vediamo che dà il benservito a un compagno non proprio fedelissimo, Arturo (Elio Germano), e subito dopo che si intromette nei lavori di ristrutturazione di una villetta a rischio abusivismo, da cui sa ricavare anche un inatteso guadagno. È pignola, è testarda, anche invadente e forse per questo vive un po’ sul filo, tra ambizioni di perfezionismo e necessità quotidiane. Ha anche una figlia adolescente, Rosa (Rosa Vannucci), nata da un amore giovanile presto dimenticato. Per questo il lavoro di rilevazione catastale che le offre un assessore (Battiston) le sembra una specie di manna. Almeno fino a quando, tra i campi che sta misurando, non le appare una strana donna: la vede solo lei, prima in campagna o lungo la strada, poi anche in casa, e le chiede di costruire una chiesa proprio sul terreno che sta misurando per conto del Comune, la cui amministrazione spera di risollevare l’asfittica economia locale con i lavori per un mega-centro. L’«Onda» l’ha chiamata l’architetto progettista (Thomas Trabacchi). Lucia sa che da quella «apparizione» possono arrivarle solo problemi e cerca in tutti i modi di sottrarsi al suo incontro: si trasferisce dall’amica Claudia (Carlotta Natoli), cerca di ignorarla, lotta contro le sue maniere non proprio eleganti (prenderla e tirarla per i capelli sembra lo sport preferito da quella che Lucia si ostina a non chiamare «Madonna»), va anche da uno psichiatra che le somministra psicofarmaci e ansiolitici. Niente, non c’è possibilità di sfuggirle: la misteriosa donna insiste, con tutte le armi in suo possesso.
Le trame si moltiplicano (anche la figlia Rosa fa di tutto per complicare la vita alla madre) e così il film potrebbe anche sfrangiarsi. Ma è un rischio che Zanasi e i suoi cosceneggiatori (Michele Pellegrini, Giacomo Ciarrapico e Federica Pontremoli) corrono volutamente pur di non ricadere nel facile moralismo di tanta commedia di routine. Anche perché quasi a ogni scena aumentano ironia e surrealtà, amarezza e divertimento. E alla fine forse non è neppure importante capire se i «miracoli» esistono davvero, se alle apparizioni bisogna ubbidire o no, se quelle ruspe devono continuare a scavare oppure fermarsi. Di certo c’è Alba Rohrwacher, con quella leggerezza e quel sorriso che da troppo tempo il cinema italiano sembrava voler tener nascosto.

Paolo Mereghetti – Corriere della sera

La grazia è la “qualità naturale di tutto ciò che, per una sua intima bellezza, delicatezza, spontaneità, finezza, leggiadria, o per l’armonica fusione di tutte queste doti, impressiona gradevolmente i sensi e lo spirito” ed è anche, alla sua maniera un po’ scombinata e guizzante, la qualità maggiore del film di Gianni Zanasi.
Un film fortemente liberatorio, che muovendosi tra favola, realismo, magia e miscredenza solleva (come sempre nel cinema di Zanasi, del resto) una serie di questioni centrali nella contemporaneità in continua corsa contro se stessa. Questioni che molto poco, se non per nulla, hanno a che fare con la religione o con l’afflato spirituale, ma che invece scavano nei bisogni che più umanamente coinvolgono tutti noi. A cominciare dal bisogno di credere in qualcosa – partendo da se stessi – e dalla necessità di badare alle piccole bellezze che ci circondano e che ci possono far sopravvivere o imparare a vivere un po’ meglio.
Poi, naturalmente, c’è la provincia tanto cara a Zanasi, con il lavoro che arriva a singhiozzo, il qualunquismo sugli immigrati, il paesaggio a cui nessuno fa caso; ma anche la speculazione, la corruzione, i compromessi, la speranza nel nuovo che avanza, e ancora le distorsioni da social, il caffè nel bar dei cinesi, la diffidenza verso la stranezza.
Si ride, e questa è una cosa buona; si ride anche molto, quando Lucia, una Alba Rohrwacher vestita di un abito comico che le calza perfettamente, e l‘inflessibile Madonna-rifugiata-mendicante con gli occhi verdi di HadasYaron se le danno di santa ragione. Si empatizza con dolcezza nei dialoghi concreti e sinceri tra Lucia e il suo compagno sfidanzato Arturo, al quale Elio Germano regala una barba folta e un mezzo codino da perfetto manovale di provincia, oltre che una personalità non banale recitata con apprezzabile garbo. Si sogna pure un po’, volendo farsi prendere dal côté più surreale senza soffermarsi troppo sul suo sfuggire qua e là.
Troppa grazia è un film che funziona e che solleva. A volte tentenna senza riuscire del tutto a ricomporre e tenere insieme i molti elementi che dissemina – ma poco importa. Perché la commedia è un genere prezioso e necessario, e Zanasi sa condurla restando fedele a se stesso, alla sua ironia intelligente e scalpitante, alla sua inventiva imprecisa e vivace. Sono d’altronde, queste, le qualità che contradddistinguono il suo cinema e lo fanno restare a riva, mentre accanto il fiume in piena delle commediole tutte uguali sui quarantenni incapaci di crescere e gli imprenditori senza scrupoli costretti alla crisi dalla crisi scorre inarrestabile.
Troppa grazia sant’Antonio! E benedetta sia la grazia dinoccolata di Zanasi.

Chiara Borroni – cineforum.it

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