Mainstream

Gia Coppola


USA 2020 (95′)
VE 76° – Arca CinemaGiovani: miglior film

 VENEZIA – Dopo il suo esordio nel lungometraggio, Palo Altro (2013) – sempre selezionato per il concorso Orizzonti – torna alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia Gia Coppola che, con il suo nuovo lavoro Mainstream, ritorna anche a parlare di giovani e della realtà interpretata dagli adolescenti di oggi.


    Inevitabilmente, questa volta lo sguardo è rivolto alla generazione successiva a quella che popolava il film precedente, dai millennials alla generazione Z dunque. O forse, meglio, si tratta di quel qualcosa nel mezzo, di una generazione cresciuta assieme – contemporaneamente – ai social network (che ne ha visto, senza averne dovuto interpretare o contestualizzare, la nascita e poi il loro cambiamento e maturazione) e che ormai si sta affacciando a un’età più adulta e a un concreto confronto con le proprie scelte e opinioni, ma anche con le regole di una comunicazione dettata dalla società capitalistica di cui, a tutti gli effetti, fa parte. Ma mentre il cinema comunemente dedicato agli adolescenti non fa altro che vestirgli addosso le stesse vecchie storie di amori dominanti e sessisti (qualche anno fa c’era Twilight, oggi si tratta della saga di After, giusto per fare un paio di esempi recenti), Gia Coppola, ancora una volta, si prende la briga di provare realmente a interpretare e restituire lo spaesamento e le pulsioni di quell’età, in questi tempi.
Frakie (Maya Hawke) si guadagna da vivere in un bar-cabaret ammuffito insieme all’amico Jake, ma sogna di raggiungere il successo coi video che pubblica su youtube. Le prime battute del film hanno il ritmo e le venature tipiche di una commedia romantica indie, tra la definizione di un triangolo amoroso e lo sfondo caotico e al tempo stesso rarefatto di Los Angeles. Sarà con l’incontro tra Frakie e Link (Andrew Garfield), mentre lei lo filma in un supermercato, che il film svela i propri intenti. Che cosa si può essere disposti a fare per l’arte e il successo? Ecco, su quale sia il confine tra arte e pornografia e di quali siano le reali sembianze (non quelle hollywoodianamente romantiche) dell’inseguimento ostinato e privo di autocritica della notorietà, il film lascia spazio a una seconda parte più cupa e ammonitrice in cui racconta il lato oscuro del marketing su cui si installa l’apparato comunicativo di internet.


Gia Coppola riesce abilmente (e come forse non si era ancora visto con risultati così omogenei) a sovrapporre e fondere il linguaggio cinematografico e la nuova iconografia dettata dal web – messaggi, memes, emoji, sono tutt’uno con le immagini del film. Mainstream perde semmai la sua spinta intuitiva nella scrittura del secondo tempo, che risulta evidentemente più manieristica e prevedibile, e che si sviluppa, purtroppo, tutta in superficie e su linee guida già ampiamente codificate – il cambio di prospettiva, l’evoluzione negativa degli eventi, la rottura dei legami, la presa di coscienza etica. Ad ogni modo il film, nel raccontare il successo dei tre amici e pur inceppandosi sul gongolare arrogante di Link, intercetta con schiettezza le contraddizioni e l’impalcatura di finzione che sorregge i nuovi media, nascosti dietro una facciata di rinnovata autenticità, di libertà d’espressione e di palcoscenico per chiunque (non importa chi tu sia o da dove provenga). Mainstream potrebbe collocarsi indirettamente in quel filone di film che negli ultimi anni ci hanno raccontato la decadenza del sistema hollywoodiano e dei suoi pilastri (di un’industria cinematografica ormai ridotta a nutrirsi di se stessa, di saghe cannibali, di una gloria passata, fino alle nuove industrie dei social media di cui Fincher per primo ha scardinato all’origine le fascinazioni).

Ma questo rimane un film dedicato e realizzato per i giovanissimi, possiamo piuttosto considerare Mainstream un recap, un punto della situazione sugli ultimi dieci anni di uso, spesso più incosciente che spietato, dei nuovi network di comunicazione, riuscendo nel complesso a ricostruire le dinamiche di un immaginario collettivo schiavo del falso, in tutte le sue sfumature, e del bisogno crudele di apparire, di esserci (da qualunque parte) e di non passare inosservati. Ne tanto meno dimenticati.
E dunque, quello dei nuovi media è davvero un mondo così diverso e distante da quello di ieri di pochi anni fa? L’inseguimento del brutto, dell’ostentato, di una volgarità che tanto si attribuiva alla televisione pare proprio che oggi si cerchi ostinatamente tal quale sullo schermo di uno smartphone. E questo forse riguarda più gli adulti che i ragazzini.

Valentina Torresan – MCmagazine 60

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