The Massacre

David Wark Griffith

Nel vecchio Sud una donna sposa uno dei suoi corteggiatori, amici tra loro. Anni dopo (è il tempo della guerra civile) Stephen, l’ex-prendente, torna in visita e la trova gravemente malata, ormai vedova e con una bambina. La donna muore e Stephen prende con sé la piccola e quando questa si fa adulta le chiede di sposarlo. Lei però preferisce accasarsi con un bellimbusto più giovane così che Stephen, già scout militare, decide di tornare nei ranghi dell’esercito. Due anni dopo la ragazza, il marito e il loro figlioletto, decidono di partire dal Missouri alla volta della California e la donna col bambino si unisce ad una carovana di coloni. Il reparto di Stephen intanto ha attaccato un inerme villaggio indiano compiendo una strage e la vendetta dei pellerossa si accanisce proprio sulla carovana a cui il reparto di Stephen è stato assegnato di scorta. Lo scout, con un gruppo di coloni, riesce da prima a sfuggire all’assalto ma i superstiti vengono raggiunti e stretti in un assedio senza speranza. Quando dal forte arrivano i soccorritori, di cui fa parte anche il marito, il massacro ormai è compiuto; eppure dal cumulo dei cadaveri riemergono la donna e il bambino, salvati da Stephen che li ha protetti con il suo corpo, fino alla morte.

USA 1912 (34′)

  David Work Griffith aveva esordito nel western con The Redman an the Child (1908) suo secondo film per la Biograph trovando subito nel genere una direzione autoriale commercialmente proficua e  di profonda umanità, che allargava lo sguardo su più aspetti del selvaggio west. In The Redman an the Child l’eroe è un pellerossa (che reagisce con coraggio alle prevaricazioni dei bianchi), in  The Call of the Wild è ancora un indiano, acculturato, che si vede rifiutato dalla società dei bianchi (“la civilizzazione e l’istruzione non possono rendere bianca la sua pelle scura” recitava il Biograph Bulletin dell’epoca). Griffith non manca di giocare sul protagonismo femminile con The Red Girl e The Girl and The Outlow  e di introdurre le tematiche della corsa all’oro (The Gold Seekers e Over Silent Paths), ma ciò che caratterizza il suo cinema è quel mantenere uno sguardo benevolo verso gli indiani, nell’osservare il il loro vivere e le situazioni di scontro con i bianchi: da The Mended Lute a The Indian Runner’s Romance, da Comata the Sioux a The Red Man’s View (1909) in cui una pacifica tribù è strappata alla propria terra e alle proprie usanza, destinata a vagabondare verso un incerto destino (il film di rifa alla storia di Nez Perce Chief Joseph e del “sentiero delle lacrime” dei Cherokees).
Griffith, che risente dell’influenza del melodramma ottocentesco quanto  del rapporto conflittuale uomo-natura che è insito nella letteratura western, presta attenzione alle tematiche tanto quanto alle ambientazioni. Cerca di portare le location davvero verso l’ovest (The Indian Brothers – 1911 – è girato tale montagne californiane), introduce accattivanti tormenti esistenziali (In the Days of ’49), punta sulla spettacolarità dell’azione e dei paesaggi (le panoramiche e il montaggio parallelo di Fightin Book e di Iola’s Promise,  gli esterni dell’arido deserto californiano in film quali The Last Drop of Water, Under Burning Skies, The Female of the Species) arrivando a quello che si può considerare uno dei suoi capolavori nella carriera alla Biograph.


In The Massacre sono le vicende personali ad emergere prima di lasciare il campo alle dinamiche del racconto epico: il tormento di Stephen che per ben due volte vede infrangersi il suo progetto sentimentale, la quiete nel tepee con bambino accudito dalla squaw e dal capo indiano prima della tempesta dell’attacco al villaggio, l’ansia del marito quando arriva sul luogo del massacro. E se in queste situazioni la regia usa con dovizia primi piani e insert “metaforici” (la candela che si spegne accompagnando la fine della donna all’inizio), quando l’azione esplode sullo schermo Griffith destreggia ancor meglio l’alternarsi delle inquadrature: piani ravvicinati “a confronto” con campi lunghi e lunghissimi (il coyote e l’orso  a dominare lo schermo mentre i minuscoli carri attraversano il fondo valle), l’uso ormai sicuro del montaggio alternato,  il  sapiente soffermarsi della macchina da presa su scene e momenti topici, quali la madre che protegge il bambino dal rumore degli spari, il cumulo di cadaveri su cui si erge quello di Stephen, il cane che vaga tra il fumo e la polvere nella radura del villaggio indiano segnata dalla morte. Ma ciò che forse più sancisce The Massacre come una pietra miliare del genere è il compattarsi di pionieri e soldati in quel cerchio difensivo (narrowing circle) circondato dalla furia indiana. Un’immagine che sarà una figura chiave di tanti western a venire. 

Ezio Leoni

NOTE:
la versione del film che si riesce a trovare online è ridotta di circa quattro minuti; manca la storia iniziale di Stephen e la morte della donna. Le immagini partono con la ragazza già grande che lo scout prova invano a prendere in sposa

nel 1913 Griffith sfornò  un altro memorabile titolo, The Battle at Elderbush (location a San Fernando, California). Fu uno degli ultimi girati per la Biograh Company. Quando lascio la casa di produzione Griffith abbandonò definitivamente il western.

 

 

 

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