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La storia del generale Custer

Raoul Walsh

La storia (molto romanzata) di George Armstrong Custer. Nel 1857 è giovane indisciplinato a West Point (dove si inimica il compagno d’armi Ned Sharp e il colonnello Taipe), nel 1861 viene congedato come tenente per affrontare l’urgenza della guerra dei Secessione. Decorato in battaglia torna alla sua città, Monroe (Michigan), dove il suo amore per Libbie-Elizabeth trova però la ferma opposizione del padre. che ha avuto a che fare con l’intemperanza del il giovane tenente. Di lì a poco, nominato Generale per un errore burocratico, Custer conduce il suo 1° Michigan ad un vittoriosa operazione militare ed è congedato con tuti gli onori. Accasato alfine con Libbie, riceve la visita di Ned Sharp e di suo padre William che provano a coinvolgerlo in affari legati all’espansione della compagnia ferroviaria, ma Custer rifiuta perché non vuole che il suo nome sia sfruttato con tali fini. Libbie, che lo vede inadeguato alla vita civile, riesce a fargli ottenere un nuovo comando: colonnello del 7° cavalleggeri a Fort Lincoln, nel Dakota del Nord. Anche lì Custer riesce a portare il suo carisma di comandante e combattente: sconfigge i Sioux (Crazy Horse accetta di ritirarsi sulle Black Hills) e ha modo di dare disciplina e senso dell’onore ai suoi soldati, contrastando però i piani sia di Ned Sharp, coinvolto nella vendita di alcolici, sia di Taipe, nominato commissario per gli affari indiani, che lo appoggia. Arriva a picchiare entrambi e viene per questo sollevato dal comando. I due, con false notizie e senza alcuna remora civile, hanno intanto scatenato una nuovo corsa all’oro proprio nelle Black Hills così che Custer si precipita a Washington e prova a convincere i vertici dell’esercito ad intervenire, ma senza successo. Quando Crazy Horse riunisce le tribù e scatena una nuova guerra sarà allora proprio Custer, che è riuscito a convincere il presidente Grant a ridargli il suo reggimento, ad immolarsi col suo 7° cavalleggeri al Little Big Horn, per rallentare l’avanzata dei pellerossa (1876). La sua sconfitta si tramuterà comunque in una vittoria politica: grazie alla sua intraprendenza, Libbie riuscirà infine a mettere di fronte alle loro responsabilità il colonnello Taipe e William Sharp (Ned è caduto sul campo, coinvolto a forza da Custer nella fatale battaglia).

They Died with Their Boots On
USA 1942 (140′ )

Un western famosissimo quello di Walsh che parte con i toni della commedia per dare caratterizzazione al suo Caster, soldato restio alle regole e alla disciplina e attento piuttosto all’eleganza dell’uniforme. Ma il registro cambia quando entra in campo l’eroe, con la sua etica ferrea a contrastare i loschi fini dei faccendieri, con il suo impeto da combattente che trascina i reggimenti in battaglia. La regia lo asseconda con una curata coreografia d’insieme e con calibrati passaggi tesi ora alla creazione della leggenda (l’attestarsi di Garryowen come inno ufficiale e il serrato dialogo con Ned, “più grande è il pericolo, maggiore è la gloria” ), ora alla testimonianza di una tragedia umana ineluttabile: davvero toccante l’addio dei due coniugi, con la .macchina da presa che indietreggia mentre inquadra Libbie che si accascia al suolo.

Ezio Leoni

NOTE
 Propenso alla celebrazione del mito più che ad una vera analisi storica (il titolo italiano può trarre in inganno, molto più efficace e coerente quello originale: Morirono con i loro stivali ai piedi) Walsh si guarda bene dal ricordare che circa otto anni prima Custer si era reso responsabile del “massacro del Washita”, ai danni di un accampamento di indiani Cheyenne.
 Perfette le interpretazioni di Errol Flynn e Olivia de Havilland, ma sono da segnalare anche quelle di Arthur Kennedy (Ned Sharp), che ritroveremo come villian anche nei film di Anthony Mann, e di Anthony Quinn che si ripropone qui nel ruolo dell’indiano (Crazy Horse) dopo aver esordito in La conquista del West.

SEQUENZE:
 Garryowen, l’inno dei soldati
 il colloquoi con Taipe sul valore dei soldatii
 il faccia a faccia con Ned: denaro e gloria
 l’addio a Libbiei
 lil cap. Butler e i veri americani

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