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Marx può aspettare

Marco Bellocchio

Wiiliam Tell, ombroso giocatore d’azzardo professionista, vive senza fissa dimora e senza legami affettivi dopo aver scontato diversi anni di detenzione, tormentato dal dal suo passato di carceriere nell’ex penitenziario di Abu Ghraib, in Iraq. La sua grigia e meticolosa quotidiniatà viene incrinata dalla proposta di La Linda, che finanzia assi del poker, e dalla figura del giovane Cirk, ragazzo deciso a vendicare il suicidio del padre, anch’esso carceriere in Iraq. William è una creatura della notte, che nella sua “seconda” esistenza vive un annullamento consapevole, con la volontà di espiare le proprie colpe.

Italia 2021 (100′)

  – In contemporanea con la consacrazione della Palma d’oro alla carriera, Marco Bellocchio ha porta a Cannes il suo film più intimo e dolente Marx può aspettare. Un documentario o meglio un’indagine, una confessione a più voci, sull’episodio chiave della sua vita personale e familiare: il suicidio del fratello gemello Camillo, impiccatosi nel dicembre ‘68, all’età di 29 anni.”Dovevo farlo prima di morire“ dichiara alla stampa,


    Frutto di una lunga gestazione (fin dal 2016) il film si compone di una serie di interviste, a se stesso prima di tutto e poi ai membri della famiglia e ad alcune figure chiave della vita del fratello scomparso. A far da sfondo, un montaggio di rara efficacia e compostezza che intreccia tre testimonianze: quelle  della famiglia (foto, documenti pagelle, filmati a partire dal 1939, anno di nascita dei due gemelli), quelle della storia d’Italia (dalla fine della guerra agli anni della contestazione) e  quelle di alcuni suoi film, dove più risulta evidente la presenza di questo pensiero ricorrente che l’ha accompagnato per tutta la sua carriera. Ecco così gli spezzoni da I pugni in tasca, L’ora di religione, Gli occhi, la bocca (dove c’è il suicidio di un fratello), Salto nel vuoto, La Cina è vicina. Lo scopo è trovare una risposta alla domanda: come è stato possibile che in una famiglia profondamente religiosa e coesa, il più debole sia arrivato ad uccidersi, senza che nessuno si accorgesse della tragedia che stava maturando? Non lui Marco, non i fratelli, Alberto, impegnato come sindacalista, e Piergiorgio, intellettuale di rango (creatore, all’epoca, de I Quaderni Piacentini)? E neppure le due sorelle, Letizia e Maria Luisa, pur così affezionate a Camillo. E la madre? Cieca fisicamente in I pugni in testa, cieca qui perché incapace di comprendere la sofferenza interiore del figlio, chiusa in una religiosità arcaica, intrisa di peccato, inferno, limbo.

In questo contesto familiare, dove in fondo tutti pensano solo a vivere la loro vita, Camillo (a cui dopo la morte ci si si riferirà come ‘l’angelo‘) è l’anello debole, l’introverso, quello che a differenza degli altri, affermati uomini di cultura, non riesce a trovare il suo posto nel mondo. La bocciatura a scuola, un fidanzamento infelice, il servizio militare accettato di buon grado, forse come scusa per allontanare qualsiasi decisione. Alla fine l’apparente ‘sistemazione‘ quale istruttore ISEF a Bologna… Ma sarà proprio in una palestra che si attuerà il suo proposito suicida.
Siamo nel 67, allorché Marco (all’epoca nella sua fase di ultrasinistra, del suo dichiarato proposito di non volere più essere un artista borghese, di voler  mettere il suo cinema al servizio del proletariato) non trova di meglio, di fronte alla evidente infelicita del fratello, di incitarlo ad interessarsi alla politica cercando lì uno scopo della vita. E Marx può aspettare diventa allora la sua dolente risposta. Prima di pensare di salvare il mondo devi salvare te stesso.

Giovanni Martini – MCmagazine 69

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