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Rosa Pietra Stella

Marcello Sannino

Carmela è una giovane donna, bella e indomita come un’amazzone, che tira avanti con lavori precari e vane ambizioni, finché non le capita, per conto di un avvocato, di fare affari con gli immigrati clandestini. È stata la madre poco presente di una bambina di 11 anni, Maria, ma ora vuole rimediare, assumersi le proprie responsabilità e vivere la sua maternità. Conosce Tarek, un quarantenne algerino, e lo travolge nella sua lotta per trovare un equilibrio, un’altra vita.

Italia 2019 (90′)

  Marcello Sannino dirige il film che racconta la storia di Carmela, una giovane donna, bellissima e dall’animo ribelle. Sull’orlo di uno sfratto perenne, con una figlia di undici anni con la quale non ha mai instaurato un legame, la protagonista deve trovare il modo di arrangiarsi per arrivare a fine mese. È tra un lavoro precario e l’altro che arriva un’opportunità di guadagno e con l’aiuto della sorella Nunzia e di un avvocato, la ragazza inizia a fare affari con gli immigrati del centro storico di Napoli. Grazie ai proventi dei suoi nuovi affari, Carmela sembra essere pronta ad una svolta nella sua vita ed è così che decide di riavvicinarsi alla figlia, per rimediare alle mancanze del passato. Un bisogno di stabilità e cambiamento che si fa strada anche in seguito all’incontro con Tarek, l’uomo con il quale Carmela è decisa a trovare un equilibrio. Il film, presentato in anteprima nazionale al Giffoni Film Festival, è ambientato nel centro storico di Napoli e nel comune di Portici, dove è nato il regista. Nel cast, Ivana Lotito veste i panni di Carmela, mentre la figlia Maria è interpretata dalla giovane Ludovica Nasti. Come spiega il regista, la storia del film è ispirata alla vita di una persone reale, un’amica con la quale si è spesso trovato coinvolto in giornate senza fine, passate ad inseguire persone da incontrare, commissioni da fare all’ultimo momento, illusioni quotidiane di piccoli affari da concludere, per non tornare a casa e in fondo fuggire al destino di una vita segnata dalla nascita. Sempre usando le parole di Marcello Sannino: “La mia Carmela, oltre ad ispirarsi a una persona reale, ha come riferimento le donne raccontate in Rosetta dei fratelli Dardenne, Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli, Mouchette di Robert Bresson, Vivre sa vie di J.L. Godard. ma anche in Gloria di John Cassavetes, Senza tetto né legge di A.Varda, Mamma Roma di Pasolini. Donne sole molte volte spaesate rispetto al contesto che le circonda. Spesso costrette a prendere decisioni drastiche, a volte crudeli, spinte da una necessità assoluta. Donne che lottano, che si complicano la vita, che portano dentro di sé un desiderio grande, un sogno ancora confuso ma presente, un sogno in attesa di essere realizzato, forse in un’altra vita”.

quotidiano.net


 Rosa Pietra Stella di Marcello Sannino ricava il titolo da Carmela, la celebre canzone napoletana di Sergio Bruni e Salvatore Palomba. E Carmela è infatti il nome della protagonista (Ivana Lotito, l’Azzurra di Gomorra La Serie), che ha la medesima fierezza caparbia, “di pietra”, della donna al centro della canzone che, come recitano alcuni versi, “chiagne sulo si nisciuno vede / e strille sulo si nisciuno sente”. Una durezza, la sua, necessaria per arginare un mondo non accogliente, quello, per usare ancora le parole della canzone, del “vico niro”, il vicolo nero e interminabile, una realtà dolente distesa tra Portici e la Napoli brulicante dell’area della stazione (la stessa che raccontava un notevole romanzo di Ermanno Rea, Napoli Ferrovia), coacervo di storie e vite marginali, tra immigrati alla ricerca di un’occasione e gente pronta ad approfittarne. (…) Al suo primo lungometraggio di finzione, Sannino fa tesoro della sua esperienza di documentarista, in particolare di un lavoro recente, Porta Capuana, che indaga esattamente quella stessa area cosmopolita e caotica della Napoli dei migranti, una babele di lingue, traffici, commerci, popoli.

Scritto dal regista assieme a Guido Lombardi e Giorgio Caruso, Rosa Pietra Stella mantiene la protagonista sempre al centro dell’inquadratura, pedinata nel suo inesausto inseguire una soluzione che non giunge mai, costruendo il sentito ritratto di una donna tra slanci e smarrimenti e, allo stesso tempo, la fotografia di un ambiente sociale precario e pullulante di vita. In cui, nella durezza del quotidiano, può capitare il miracolo di una persona buona e disinteressata (e, ovviamente, innamorata), l’immigrato algerino Tarek (l’italo-belga Fabrizio Rongione, volto iconico del cinema dei fratelli Dardenne), che dopo vent’anni a Napoli resta uno sradicato e col quale si potrebbe, forse, immaginare un futuro diverso.
La protagonista nella prima inquadratura di Rosa Pietra Stella posa nuda come modella per gli studenti di una scuola d’arte. Sembra mostrare tutto di sé, e invece è l’esatto contrario, perché Carmela resta un enigma, ritratta in sé stessa, nell’ostinazione d’una solitudine sfiduciata. Dalla quale riesce a sottrarla solo lo sguardo interrogativo di Maria, per la quale Carmela deve riuscire a diventare la donna e la madre che non è mai riuscita ad essere, in un racconto che però non concede scorciatoie. Sannino ha il coraggio di non rendere simpatica una protagonista che ispira solidarietà, ma con cui è impossibile identificarsi per la sua fierezza indisponente, né il film traccia fasulle parabole di redenzione. C’è in Carmela il desiderio del cambiamento, sollecitato dalla responsabilità per la figlia, cui però non corrisponde un contesto che agevoli un’autentica trasformazione. Questo risulta evidente dalla descrizione di una Napoli scostante, fatta di scorci e prospettive limitate, una città spenta di colore grigio (così la vedevano Anna Maria Ortese e anche Walter Benjamin), in cui, per citare ancora la canzone di Bruni e Palomba, il “sole passa e se ne fuie”, senza concedere calore e conforto.


Rosa Pietra Stella racconta una parabola frustrante e disillusa, probabilmente senza sbocchi, ma non indugia nel miserabilismo o nel sensazionalismo. La temperatura resta volutamente oggettiva, sorretta da una scrittura calibrata da cui emerge evidente il senso di partecipazione umana per i personaggi che è nello sguardo di Sannino. La regia però evita, come la protagonista Carmela, di sciogliersi in un’emozione esplicita, e il film resta compresso in un riserbo che lascia nello spettatore un sentimento amaro di inquietudine, nell’assenza di una conclusione che regali una risposta chiara e una speranza cui appigliarsi.

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