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West Side Story

Steven Spielberg

Due gang: i giovani immigrati portoricani Sharks, capeggiati da Bernardo (David Alvarez), e gli americani bianchi Jets, con a capo Riff (Mike Faist), lottano per il controllo del territorio del West Side newyorkese e si scontrano ripetutamente per le strade. Durante un ballo a cui partecipano entrambe le fazioni, Maria (Rachel Zegler), sorella di Bernardo, e Tony (Ansel Elgort), un bravo ragazzo ex membro dei Jets, si innamorano a prima vista.

 

USA 2021 (156′)

Si apre sulle macerie di un quartiere dismesso il West Side Story di Steven Spielberg, con una magnifica ripresa che fa da panoramica della zona prima di avvicinarsi alle prime persone che entreranno in scena. Bastano pochi secondi, tra fischi leggeri e un’atmosfera già funerea, per capire che ci troviamo di fronte a un’opera personalissima, che riprende il classico musical di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Arthur Laurents del 1957 (a sua volta ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare) per riflettere tanto sul passato quanto sul presente. In una New York segnata dalla gentrification e dall’odio razziale, Spielberg, ancora una volta, offre una visione senza sconti delle brutture dell’America (anche) contemporanea, facendo allo stesso tempo un grande omaggio al film omonimo di Robert Wise e Jerome Robbins del 1961, un classico straordinario che vinse ben 10 premi Oscar. La base narrativa e (naturalmente) le canzoni sono le stesse, ma Spielberg dimostra come si possa creare qualcosa di nuovo attraverso lo stile: questo nuovo West Side Story è infatti una vera e propria lezione di regia, segnata da tempi di montaggio ineccepibili e da coreografie perfettamente integrate (per non dire… immerse) nel paesaggio urbano circostante.

Mettendo insieme senso di appartenenza e distacco, amore e odio, gioie e dolori (il tutto splendidamente simboleggiato dal testo dell’immortale America), Spielberg firma un prodotto ad alto tasso emotivo, coinvolgente e capace di farci dimenticare, nel corso della visione, una conclusione che ben conosciamo. Un altro film “politico”, tra ombre e luci, cupo ma ugualmente capace di offrire speranza, all’interno dell’incredibile carriera del regista americano. I due protagonisti non hanno il carisma dei loro colleghi del 1961 (soprattutto Rachel Zegler), ma il cast funziona bene e la regia sa come valorizzarne al meglio espressioni e, soprattutto, movimenti. Tra i tanti attori in scena una menzione speciale, nei panni di Valentina, per Rita Moreno, attrice portoricana classe 1931 che per la sua performance nel film originale (interpretava Anita) aveva ottenuto l’Oscar come miglior interprete non protagonista.

longtake.it

>> recensione di ondacinema.it <<

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