Le Ravissement

Iris Kaltenback

The Rapture
Francia 2023 (97′)

TORINO – Un ottimo esordio per la regista francese Iris Kaltenback con il suo Le Ravissement, già ben accolto a Cannes alla Settimana della Critica: il Torino Film Festival ha attibuito alla sua opera prima il premio speciale della Giuria e alla sua protagonista, Hafsia Herzi, il premio per la migliore interpretazione femminile.

Al centro della vicenda, ispirata ad un fatto di cronaca, c’è una giovane ostetrica, Lydia (Hafsia Herzi) che vive un periodo di crisi e viene lasciata dal compagno proprio quando la sua migliore amica Salomé (Nina Meurisse) scopre di essere incinta. La sua posizione di esperta e insieme amica la porta ad essere sempre più coinvolta, in particolare al momento della nascita e dello svezzamento. E a questo punto compie un gesto criminale. Potrebbe sembrare una trama già vista, in cui il desiderio di maternità è talmente forte da portare alla follia, ma non è semplicemente così. Qui il tema centrale non è la maternità, ma la solitudine e la depressione. Si tratta di una persona che viene abbandonata e non ha le energie psichiche per reagire: Hafsia Herzi riesce a farci sentire bene che pur continuando a essere attiva in realtà Lydia sta affondando. Si sente sola, inutile, e gli altri, quasi avvertissero la sua debolezza, la scansano, la evitano: la regista mostra bene, senza scene eclatanti, attraverso piccoli dettagli, come la nostra società sappia essere crudele con chi non sa stare a galla. Nel suo vagare solitario un incontro casuale sembrerebbe aprire una possibilità di relazione, ma Milos (Alexis Manenti), giovane autista serbo, dopo una notte insieme preferisce troncare di netto. E allora il già esile equilibrio psichico si rompe.

Il tutto ci viene raccontato da una voce narrante, all’inizio apparentemente inutile e ridondante, che poi si rivela importante. Scopriamo che appartiene a Milos, l’unico che cerca di ricostruire cosa abbia spinto Lydia ad un gesto così estremo, forse perchè a posteriori sente di essere in qualche modo responsabile. Qui si annida il senso del film: la regista infatti vuole fare uscire il fatto di cronaca dal campo dello straordinario, dell’estremo, per provare a capire insieme a noi come, nella quotidianità, questo possa accadere. Lo spirito è quello terenziano del “Sono un essere umano: nulla di umano mi è estraneo”.

Sul versante opposto di questo atteggiamento c’è il rapporto con l’amica del cuore, indagato in profondità attraverso piccole sfumature. È inquietante la cecità di Salomé di fronte alla depressione dell’amica, il porsi, in quanto “madre” al centro di tutto, fino al rifiuto anche solo di provare a capire. Cosa spinge Lydia alla prima bugia, quella per cui a catena si infilerà in una spirale di menzogne? Il voler essere vista, riconosciuta, amata. Non a caso il nome da lei scelto per la piccola nata è Esmee, colei che è amata. Da questo momento in poi la suspense diventa un elemento portante del film (noi sappiamo sempre di più di quasi tutti i personaggi) e contribuisce a creare un tensione sottile, continua e in crescendo. È evidente che la regista padroneggia bene gli strumenti della narrazione e la costruzione creata permette di dare senso e credibilità anche al finale.

Licia MioloMCmagazine 87

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