Enzo

Enzo (Eloy Pohu) è un giovane de La Ciotat. In rotta con la famiglia alto-borghese, e pressato in particolar modo dal padre che vorrebbe per lui la prosecuzione degli gli studi, il ragazzo cerca di fuggire dall’ambiente confortevole ma soffocante della villa di famiglia andando a lavorare come apprendista muratore. È nel cantiere, a contatto con il collega ucraino Vlad, che Enzo intravede un nuovo orizzonte.


Belgio/Francia/Italia 2025 (102′)
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     Enzo, rampollo di una coppia borghese, rifiuta il destino scritto per lui dalla famiglia e sceglie di lavorare come apprendista in un’impresa edile. Nel film concepito e scritto da Laurent Cantet e realizzato, dopo la sua morte, da Robin Campillo, la generazione dei padri (molto più di quella delle madri) è in affanno, messa in crisi da un sedicenne che contesta l’idea che l’unica strada per procedere nella vita sia studiare. E ancora più destabilizzante è il confronto del giovane con una mascolinità incomprensibile: il collega di cantiere Vlad (Maksym Slivinskyi, perfetto, non aveva mai recitato prima), ucraino e transfuga – non di classe come Enzo, ma dalla guerra – suscita l’ammirazione del giovane. Forse qualcosa di più. Non era semplice rendere visibile il senso di inadeguatezza che si prova in quell’età infernale in cui si fanno le scelte che condizioneranno tutta la vita che verrà. Questo film «gioioso e un po’ melodrammatico» nelle parole di Campillo, ci riesce.

Paola Piacenza – iodonna.it

   Quando Laurent Cantet scompare prematuramente il progetto di Enzo passa alle mani dello sceneggiatore e collaboratore di Cantet, Robin Capillo, già autore del notevole 120 battiti al minuto e del fantastico Les Revenants. Enzo, un adolescente che rifiuta le aspettative dei suoi ricchi genitori ( che lo vorrebbero iscritto a una scuola d’arte) accetta un apprendistato in un cantiere edile dove si innamora di Vlad, un muratore ucraino indeciso se tornare a casa nel suo martoriato paese per combattere nella guerra russo-ucraina. Se Lea Massari, nel film di Malle (Un soffio al cuore), portava un aria di trasgressione tutta italiana ( ddirittura si arrivava all’incesto) il personaggio di Pierfrancesco Favino, nella parte del padre del giovane, è la dimostrazione dell’assoluta globalizzazione del mondo anche nella ricerca dell’identità. Nessuno scandalo perciò se il figlio non è interessato alle mire artistiche dei genitori e ancora meno del fatto che il bello immigrato ucraino diventi il suo oggetto di desiderio. Ma da due umanisti come Cantet e Capillo c’era d’aspettarselo! Enzo è un racconto piano, un melodramma senza scene madri in un contesto realista, tipico di molto cinema francese, e con alcune punte di poesia che porta a commuovere senza lacrime! Il film riesce a diventare un riflessione universale sul disagio giovanile di oggi abbracciando tutte le sue sfaccettature. Quietudine e conflitto convivono in modo armonioso in questo racconto morale quasi rohmeriano in cui la bellezza (anche) dei corpi la fa da padrone. E poi c’e’ la “nostra” guerra. Il conflitto tra Russia e Ucraina fa da sfondo ai sentimenti espressi e inespressi e le bombe si sentono solo alla fine e attraverso il telefono ma l’angoscia letta sul volto di Enzo che risponde alla domanda di Vlad “ma tu mi ami ancora?” è palpabile.

Nicola Rumeliotis – taxidrivers.it

   Del cinema di Laurent Cantet, Enzo riprende soprattutto la riflessione sulla complessità delle dinamiche di classe con un protagonista che si muove al confine tra due mondi sociali, in una posizione che si rivela ambigua fin da subito: quando il capocantiere lo accompagna a casa per segnalare ai genitori l’inadeguatezza del ragazzo al lavoro, resta colpito dallo sfarzo della villa familiare. Di fronte a quel contesto, modera i toni e accetta di fargli proseguire l’apprendistato. Paradossalmente, Enzo può continuare a fare il muratore proprio grazie a quel privilegio sociale che vorrebbe rifiutare. Questa ambivalenza (fluidità?) sociale diventa – ecco Campillo – simbolica anche del disorientamento tipico dell’adolescenza, di una fluidità (ambivalenza?) che si associa alla rivelazione dei primi impulsi amorosi, di un’attrazione sessuale legata a filo doppio al bisogno urgente di trasformarsi. Nel rappresentare questo smarrimento – torno al merito principale del film – gli autori non idealizzano mai l’agire di Enzo, non lo sovraccaricano di significati, lo guardano per quello che è: l’espressione di un moto puro, ingenuo, di un animo adolescente. È in questo felicissimo muoversi tra questi due blocchi tematici, nel suo sovrapporli e confonderli che il film rivela la finezza della sua riflessione, la sensibilità con la quale entra nel mistero indecifrabile dell’adolescenza, dei suoi turbamenti che si riflettono anche nel contesto sociale nel quale si manifestano (in questo si pone sullo scaffale accanto a Call Me By Your Name e Matthias & Maxime). Merito di una regia sensibilissima, capace di distillare il meglio dal cast (Eloy Pohu, il protagonista, è una rivelazione) e di una narrazione coerente che sa culminare in un finale potentissimo, che tira le fila, anche emotive, del racconto.

Luca Pacilio – spietati.it

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