Orfeo

Virginio Villoresi

Fin da bambino, Orfeo immagina storie attorno a una villa abbandonata di fronte a casa sua. Pianista solitario e visionario, durante una serata al Polypus – il locale dove suona – incrocia lo sguardo di Eura. Tra loro nasce un amore assoluto, ma lei cela un segreto e scompare, lasciando Orfeo nella disperazione. Quando la vede entrare in una piccola porta davanti alla villa lui decide allora di seguirla… Si troverà immerso in un mondo misterioso popolato da creature magiche e sarà la Giacca, un diavolo che, impossessandosi del suo corpo, rivive attraverso la musica memorie perdute, a rivelargli che Eura è alla stazione, in partenza su un treno appoggiato al suo pianoforte… Con l’anello di Eura tra le dita non gli resta che suonare per lei, sapendo che vivrà nei suoi ricordi, nei suoi sogni, nelle sue note.


Italia 2025 (74′)
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    Virgilio Villoresi reinterpreta il mito di Orfeo ed Euridice a partire dalla graphic novel Poema a fumetti (1969) di Dino Buzzati. Lo fa attraverso una cura formale di grande livello, con una messa in scena che, mischiando riprese dal vivo e stop motion, riesce davvero a far vivere al pubblico un incubo lucido che mantiene appieno l’atmosfera del maestro bellunese, ma riesce anche ad avere una forte identità propria. La cura al dettaglio è fenomenale, tra scenografie tutte costruite a mano e effetti ottici artigianali che sublimano l’onirismo del progetto. Un piccolo gioiello che non può passare inosservato, nonostante un’orgia di simboli che rischia (solo a tratti) di confondere più che affascinare. Ma è la logica dei sogni, del resto.

longtake.it

      L‘opera prima (co-sceneggiata assieme allo scrittore Marco Missiroli) di Virgilio Villoresi è da intendersi innanzitutto come un grande trattato a favore di una concezione totalmente artigianale del cinema. Sì, perché al netto di tutti i riferimenti artistici e cinefili di cui il film è composto, a cominciare dal titolo stesso, che rende quasi automatico il collegamento con la celebre trilogia orfica di Jean Cocteau, la scelta di ricostruire interamente in studio le ambientazioni dell’opera a cui si ispira, aggiungendo a queste la tecnica dell’animazione in stop-motion, risulta una presa di posizione abbastanza netta, considerando le nuove forme di sperimentazione narrativa con IA intraprese da autori atipici quali Harmony Korine. Nel suo intento di realizzare l’ennesima riproposizione in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice, Villoresi attingendo a tutti i materiali appartenenti alla sua formazione da filmmaker di spot pubblicitari e videoclip , che qui si attaccano per dare sfoggio delle sue indubbie qualità di costruttore della messinscena: i giochi di luce espressivi ei riflessi dati da vetrate e specchi al centro di alcune sequenze, insieme ad altri elementi quali il design dei personaggi animati, i costumi e le scenografie interamente costruite a mano, fungono da summa di tutti i lavori precedenti del cineasta, che trovano qui una forma ben definita in relazione alla storia da narrare (…) Attraverso la commistione di diversi formati e linguaggi, come la già citata animazione in stop-motion o l’utilizzo di materiali Found Footage adoperati in certi momenti della pellicola, Virgilio Villoresi riesce dunque a conferire – con Orfeo – la forma adeguata alla rappresentazione delle principali fantasie, ossessioni e perversioni dell’animo umano, sorvolando la prevedibilità del mito da cui il soggetto è tratto con un allestimento del profilmico che rappresenta quasi un unicum nella produzione di genere italiana.

Daniele Schina – sentieriselvaggi.it

    Versione moderna del mito di Orfeo e Euridice, il film di Villoresi è un’esperienza che ha pochi paragoni nel panorama italiano soprattutto contemporaneo, una sorta di aggiornamento del “cinema della meraviglia” di Méliès in una Milano ripensata attraverso una prospettica misteriosamente onirica. Riportarne la trama sarebbe ridondante: meglio seguire un percorso visionario sul crinale tra spaesamento urbano e illusioni fantastiche, fatto di ville abbandonate e club notturni, artisti solitari che si interrogano sui domani passati e donne epifaniche per le quali val la pena immaginarsi altrove, melusine danzanti che indicano vie oltre la soglia e scheletri che marciano alla conquista del nulla, maestre di cerimonia per orientarsi in mondi sconosciuti e uomini oscuri forse guardiani di territori al confine tra il noto e l’ignoto. È un viaggio notturno nei ricordi perduti e nei sogni che muoiono all’alba, Orfeo, una specie di opera-mondo che in poco più di settanta minuti contiene un repertorio di intuizioni e fantasticherie che spesso non hanno diritto di cittadinanza nel nostro cinema sempre così affezionato alle comodità realiste.

E a rendere l’operazione ancora più affascinante è la vocazione artigianale che permette a Villoresi di offrirci un film che è allo stesso tempo sensoriale e materico, astratto eppure concreto, suggestivo nel suo essere tattile, un carnevale dell’immaginazione girato in pellicola 16mm e realizzato in interni nei quali reinventare Milano e quel che c’è oltre le porte chiuse (…) Sospeso tra realtà ripensata e aldilà immaginato, Orfeo è malinconico e romantico, erotico e teso, sperimentale e citazionista, spettrale e carnale.

Lorenzo Ciofani – cinematografo.it

    Orfeo nasce da Poema a fumetti di Dino Buzzati, opera che ho sentito da subito vicina per immaginario e potenza evocativa. È diventata per me l’occasione di fondere linguaggi coltivati nel tempo – tra animazione artigianale, cinema sperimentale e tecniche ottiche – in un racconto simbolico e sensoriale. Ho voluto realizzarlo pensando al cinema come a un luogo dei sogni, in cui lo spettatore inizi un viaggio onirico. Rispetto a una narrazione tradizionale, ho scelto un ritmo che seguisse la logica instabile del sogno. Ho girato in pellicola 16mm, in studio, con scenografie costruite a mano e tecniche legate a illusioni ottiche. Ad esempio, nel finale, per far apparire Eura come un fantasma, ho usato un vetro a 45° davanti alla macchina da presa, riflettendo l’attrice in scena. Un effetto tangibile concepito e ripreso dal vero. Per le animazioni ho usato la stop motion, animando tutte le creature con una Bolex 16mm. In una sequenza di danza ho impiegato il found footage: vecchi filmati di repertorio in Super8 di mia madre che balla, ricostruendo maniacalmente in studio la scena originale. Attraverso un gioco di montaggio, ho fuso le coreografie d’epoca con quelle interpretate da una compagnia di danza e dall’attrice, creando una scena fluida, come se si svolgesse in uno stesso spazio. È un omaggio intimo a mia madre, che è stata una ballerina. Virginio Villoresi

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