In una villa della provincia piacentina, una madre cieca, emblema decaduto di una famiglia borghese, assiste al progressivo deterioramento psicologico dei quattro figli (Augusto, Giulia, Leoni, Alessandro), ognuno dei quali vessillo di un disagio morboso, autodistruttivo e malato. A destare particolare preoccupazione è l’epilessia di Alessandro (Lou Castel), le cui tendenze psicotiche minacciano sempre più i labili equilibri famigliari.

Italia 1965 (105′)


Poeticamente sgarbata, coriacea e scarnificante, l’opera prima di Marco Bellocchio è un grande esempio di un cinema civile, morale e politico che non si permette indulgenze o languori. Straordinariamente privato di ogni forma di pietà nei confronti dei personaggi (e del pubblico cui si rivolge), sovverte (ben prima del ’68) canoni e abitudini di un’Italia abituata ad altre storie e ad altre famiglie rappresentate sul grande schermo. Bellocchio istalla e localizza il suo futuro habitat cinematografico nella provincia piacentina e, in particolare, nella natìa Bobbio, dove gira alcune sequenze. Nell’impressionante solidità con cui l’autore si dedica ai suoi personaggi, soprattutto a quelli interpretati da Lou Castel (Alessandro) e Paola Pitagora (Giulia), risiede la forza e l’intrinseca potenza di un film che presenta un coraggio significativo ed esplosivo nel raccontare disagi desolanti e mutilazioni emotive. Opera tragica e al contempo grottesca dai molteplici rimandi e suggestioni (da Renoir a Bresson, passando per Godard e Buñuel) ma che riesce ad essere personalissima, capace di mantenere nel tempo una potenza espressiva e una maturità narrativa davvero impressionanti, riuscendo a non lasciare indifferenti anche gli spettatori più smaliziati.
longtake.it

Nella confusione adolescente di Ale c’è sempre, di fatto, la coscienza nascosta di un’assenza di sbocco. La malattia e allo stesso tempo il suo alibi e la sua condanna, gli permette una continua giustificazione delle proprie mancanze, ma lo stesso tempo è là, con le sue manifestazioni, improvvise, ad annunciare la fine. Il film di Bellocchio, oltre le dichiarazioni di intenzioni, è profondamente impegnato di questa ambiguità (…) Lo si voglia o no c’è una cosa che bisogna pur vedere in questo primo (grande) film: Bellocchio ha rapporti ancora aspri e non distanziati con un’età a cui è ancora vicino e che ha compreso come pochi. I pugni in tasca e dunque un film partecipato, vissuto nonostante tutte le trasposizioni simboliche di un soggetto spinto alle sue estreme conseguenze (malattia, crimine, incesto) e fino al limite del grottesco. È peraltro questo a dargli tutta la sua ricchezza e originalità, la sua profondità poetica dentro una narrazione tutta prosastica e di lontana base naturalistica (…)

Quel che importa è che questa ambiguità sia stata canalizzata e controllata in un’opera che, nella sua estrema sincerità , è di straordinaria ricchezza e di una maturità quali il giovane cinema ha raramente raggiunto. Il punto di forza del film è proprio la oggi così vituperata sceneggiatura. Bellocchio sa costruire il suo film con una sicurezza inabituale; il suo cinema è fatto di azioni movimenti che si risolvono in crescendo ed in pose intense calcolate. Come Buñuel Bellocchio rinuncia le prodezze della macchina da presa e muove solo lo stretto necessario: a preoccuparlo è innanzitutto la necessità – ma anche il piacere – di raccontare una storia, lasciandole la interpretazione agli esegeti, dicendo tutto e purtuttavia tacendo, perché i fatti devono parlare da soli con le loro molte molte implicazioni e i loro molti linguaggi, secondo risonanze determinate da associazioni non sempre coscienti. Questa sicurezza stavolta più che adulta può provocare in Bellocchio pagine per le quali sarebbe difficile trovare riferimenti i precedenti.
Goffredo Fofi – Positif

Il film di questo regista ventiseienne è molto più di un atto ribelle e rabbioso. È una specie di spirale disperata, l’osservazione di un ciclo perfetto, quasi naturale: un fiore che sboccia, appassisce e muore. Ed è per questo che c’è già tutto dentro. La passione e la freddezza, il fremito e la lucidità, l’insofferenza delle regole e il nitore di un classico predestinato. Ed è sempre per questo che I pugni in tasca sembra un po’ la trappola, magnifica e terribile, di Bellocchio. Il film che contiene in sé tutto il cuore pulsante del suo cinema futuro. Ma anche il gorgo dal quale non riuscirà mai a uscire del tutto. L’opera della rivelazione, ma anche quel macigno di paragone che peserà su tutto l’avvenire. Sulla stessa percezione di Bellocchio, che tornerà lì ogni volta, a confrontarsi con le sue immagini e i suoi mostri e solo con essi. Solo con sé stesso…
Aldo Spiniello – sentieriselvaggi.it
