Partendo da testimonianze, materiali d’archivio e interrogatori segreti della polizia israeliana a Benjamin Netanyahu e ai suoi familiari e collaboratori, nell’ambito delle indagini per corruzione che hanno portato alla sua incriminazione, il film va oltre l’inchiesta giudiziaria sviluppando un’indagine sul rapporto tra potere, giustizia e la sopravvivenza politica di un leader il cui destino personale ha finito per intrecciarsi drammaticamente con quello di un intero Paese.
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USA 2024 (83′)



Centinaia di ore di materiale riservato, trapelato fuori da Israele, permettono per la prima volta di osservare Netanyahu lontano dai comizi, dalle conferenze stampa e dalla comunicazione ufficiale: non il leader davanti alle telecamere, ma l’uomo interrogato dalla polizia, chiamato a rispondere delle accuse che da anni accompagnano la sua carriera politica. Sigari, champagne, regali di lusso, favori, rapporti con miliardari e pressioni sul sistema dell’informazione. Ma The Bibi Files va molto oltre l’inchiesta giudiziaria. Attraverso testimonianze, materiali d’archivio e gli interrogatori segreti, il film ricostruisce il sistema di potere costruito intorno alla famiglia Netanyahu e pone una domanda molto più inquietante: fino a che punto la necessità di sopravvivere politicamente e giudiziariamente può condizionare le decisioni di un leader? Il documentario segue così il filo che unisce le accuse di corruzione, il progressivo avvicinamento di Netanyahu all’estrema destra israeliana, lo scontro sul sistema giudiziario e la trasformazione politica di Israele, fino alla tragedia del 7 ottobre e alla guerra a Gaza. Non è soltanto il ritratto di Benjamin Netanyahu. È un’indagine sul rapporto tra potere, giustizia e sopravvivenza politica, e su ciò che può accadere a una democrazia quando il destino personale di un leader finisce per intrecciarsi con quello di un intero Paese.
mescalitofilm.com

Tutti i distributori americani e le grandi piattaforme se ne sono tenuti alla larga, ad eccezione di un cinema di Los Angeles, dell’Ifc Film Center di New York, la sala dove il film è in programma per una settimana, e di Jolt, un piccolo sito per lo streaming di cinema indipendente sul quale da mercoledì si può trovare The Bibi Files. Costruito sulla base delle registrazioni segrete degli interrogatori della polizia israeliana relativi al processo per corruzione di Benjamin Netanyahu, fatte pervenire al produttore Alex Gibney, l’ultimo film di Alexis Bloom (la documentarista sudafricana di Divide and Conquer: The Story of Roger Ailes e di Bright Lights: Starring Carrie Fisher and Debbie Reynolds), bandito in Israele dove pare però furoreggi sul mercato nero, esce in sync con le news sul processo che arrivano quotidianamente dall’aula del tribunale di Tel Aviv, dove Netanyahu ha definito le accuse per cui è incriminato «assurde».

Con multiple variazioni di quella parola – incredibile, ridicolo, falso, oltraggioso, bugie! e una gamma di espressioni del volto che vanno dalla finta amichevolezza, all’accondiscendenza, alla fredda calma, all’ira repressa e non – il Pm israeliano risponde alle domande dei poliziotti che lo interrogano nel suo ufficio, nei video inviati a Gibney. Insieme agli interrogatori di Netanyahu, (questi però in nude celle di cemento da commissariato di polizia), ci sono quelli di sua moglie Sara, di suo figlio Yair e di parecchi dei testimoni che avrebbero ricoperto i Netanyahu di regali, in cambio di trattamenti di favore o anche solo per evitare la loro inimicizia. Il tycoon hollywoodiano Arnon Milchan (un ex operatore dei servizi segreti israeliani, che in anni più recenti ha prodotto 12 anni schiavo, Revenant, Gone Girl…), il magnate delle telecomunicazioni israeliane Shaul Elovitch, i coniugi Sheldon e Miriam Adelson (coppia imperiale dei casino Usa, i cui proventi hanno finanziato a suon di miliardi entrambe le campagne elettorali di Donald Trump) si dimenano faticosamente in un’alchimia di fastidio e imbarazzo ammettendo di aver praticato un corteggiamento dei Netanyahu, più o meno forzato, a base di fiumi di champagne, cassoni di sigari Cohiba e gioielli di Tiffany. Il tutto severamente vietato dalle leggi anticorruzione del governo israeliano, ma comprovato anche dalle testimonianze (nei video della polizia, e nelle interviste raccolte più recentemente da Bloom) da segretarie personali, addetti stampa e guardie del corpo di Bibi e Sara. Di fronte alle accuse, Sara non sa difendersi con l’atteggiamento consumato del marito, forgiato da decenni di esposizione mediatica. Quindi sbotta inferocita contro i poliziotti che «le stanno facendo perdere tempo», come se volesse/potesse licenziarli su due piedi.
Il suo personaggio è un po’ una caricatura di Lady Macbeth. Quasi peggio è Yair, che conclude che la polizia lavora per i media che sarebbero tutti controllati dalla sinistra. Da parte sua, Elovitch si contorce praticamente sulla sedia quando è costretto ad ammettere di aver messo la redazione del sito di news «Wella» al servizio della propaganda pro-primo ministro. Mentre Milchan cerca pateticamente di metterla un po’ sul ridere. Bloom e Gibney erano al lavoro su The Bibi Files già prima del 7 ottobre 2023, i cui eventi e i cui postumi hanno impattato non tanto la sostanza dei materiali nel film, quanto il loro fine, permettendo agli autori di contestualizzare ancor meglio come un volgare caso di corruzione – a base di piccoli favori, lussuosi regali, censure dei media e prepotenze di vario tipo – sia uno dei principali motori delle disastrose e sanguinarie scelte politiche che Netanyahu ha fatto negli ultimi anni, per rimanere al potere ed evitare la prigione. Una narrazione questa che si appoggia, nelle interviste condotte da Bloom, al giornalista Raviv Drucker (coproduttore del film), all’ex primo ministro Ehud Olmert, all’ex direttore di «Wella» e a «Uzi Bellert», un amico d’infanzia del primo ministro che è diventato oggi un critico d’alto profilo del regime, e molti altri. E il cui effetto «doppione» con la parabola di Trump è così ovvio che non viene nemmeno citato.
Giulia D’Agnolo Vallan – ilmanifesto.it

