Her Private Hell

Nicolas Winding Refn

Mentre una strana foschia si riversa su una metropoli futuristica, portando con sé una presenza letale, una donna si mette sulle tracce del padre. Durante la ricerca, il suo destino incrocia quello di un soldato statunitense impegnato nella disperata missione di salvare sua figlia dall’Inferno.

 
Danimarca 2026 (110′)
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    Her Private Hell vaporizza riferimenti cinematografici che partono da Blade Runner e finiscono a De Palma, con in mezzo Mario Bava, Nicolas Roeg, sicuramente il Seijun Suzuki più ottico (Vagabondo a Tokyo?) (…) Ecco, Her Private Hell è verosimilmente il punto d’arrivo del dispositivo refniano, un’astrazione incredibilmente glamour fasciata di interni dorati, se la vocazione è verso David Lynch, allora si tratta, coscientemente, del Lynch degli spot pubblicitari (basta guardare alla prima uccisione vista dalla finestra), più che di quello cinematografico/tv. Gli ultimi sono stati anni in cui queste messinscene ultrastilizzate, al neon e in perenne stato sonnambolico, hanno ricoperto la sostanziale totalità della produzione arthouse e gusti dei della “nuova cinefilia” (qualsiasi cosa sia): Her Private Hell sembra girato per riportare tutto a casa , marchiare una volta per tutte questa attitudine come “byNWR”, ma soprattutto per traghettare definitivamente questo filtro visivo nel territorio dell’onirico, nella dimensione spaziale dell’inconscio, sedimentata tra riferimenti ai fumetti di fantascienza anni ’60 e una storia di demoni dagli occhi rossi che si muovono nascosti dalla nebbia per trucidare le ragazze “senza padre”. Un’opera insieme terribilmente decisiva e apertamente accessoria, nel senso proprio degli accessori al centro della scena (i diamanti del make up che diventano le rocce della scenografia interplanetaria, i guanti di pelle di Leatherman, l’accetta come regalo paterno, i gioielli ei bracciali di Elle, fino alle mutandine “della discordia”), perché i corpi è difficile che si possano toccare davvero in questo cinema, nonostante l’esplosiva performance di Sophie Thatcher, ma gli oggetti si possono accarezzare, sedurre, contendere, ancora una volta mozzare .

Sergio Sozzo – sentieriselaggi.it


    È un’estetica consapevolmente brandizzata quella di Her Private Hell, ritorno al lungometraggio a dieci anni da The Neon Demon e dopo due serie televisive (Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy), è elevata all’ennesima potenza. L’incipit dedicato a panoramiche di edifici futuribili, così alti da sovrastare le nuvole, detta il ritmo narcotico e il gusto dark (collocabile a metà strada tra i vestiti di Gucci e le sculture ingioiellate di Damien Harris) di tutto quel che seguirà, prevalentemente ambientato in locali bui e alberghi di lusso, illuminati da luci sinistre. Il luogo ideale, dopo che Solo Dio perdona aveva esplorato i complessi legati alla figura materna, per rappresentare i daddy issues di Elle, ragazza consapevole del proprio fascino, sedotta e al contempo disgustata da ciò che il padre rappresenta: un’incarnazione di potere economico e sessuale, perlopiù misterioso e perennemente assente (…) Le musiche di Pino Donaggio rimandano ai thriller di Brian De Palma, mentre la nebbia portatrice di ombre del male a Fog di Carpenter. E tutto quanto a Lynch… Ma l’appuntamento con il cinema di Refn è ormai una consapevole esplorazione di territori già visitati, remixati in un’edizione appagante per i sensi e terribilmente contemporanea nella sua capacità di seguire (o precedere) le mode. È quasi fuorviante comunque parlare di cinema d’autore e forse renderebbe l’idea chiamarlo cinema “griffato”: analizzare le sue indagini psicanalitiche, sperare in una profondità di senso e nella carica rivoluzionaria dei cineasti del passato significa andare fuori strada e chiedere a Refn ciò che non può (più) offrire. Meglio affrontarlo con lo spirito di chi si appresta a visitare una mostra o una videoinstallazione, in cui il guardante, pur sapendo a priori ciò a cui assisterà, non vede l’ora di poterlo (nuovamente) esperire.

Emanuele Sacchi – mymovies.it

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