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La sottile linea rossa

Terrence Malick

Novembre 1942. Un gruppo di soldati americani sbarcano sull’isola di Guadalcanal, nel Sud Pacifico. I giapponesi si sono ritirati in cima alle colline, ed è da lì che gli americani devono stanarli, ma con un grande sacrificio di uomini. Le varie personalità si accavallano in un intendo percorso umano di sofferenza: Bell fatica a sopportare la lontananza dalla moglie, il capitano Staros rifiuta di eseguire un ordine che ritiene suicida, il colonnello Tall è inflessibile e lo destituisce… Nel contrasto con lo splendido paesaggio naturale, la battaglia infuria, fino ad arrivare ad una prima pausa vittoriosa, ma il perpetuarsi della tragedia umana è solo rimandato… Un racconto polifonico in cui i monologhi interiori dei vari personaggi accompagnano immagini di struggente bellezza arricchendole di un’aura filosofica. Un capolavoro.

The Thin Red Line
USA 1998 (170′)
BERLINO: miglior regia

Un labirinto di fili d’erba, di pensieri fluttuanti, di pallottole, di sangue, di parole, di sudore, di nuvole e di paura. La sottile linea rossa diretto da Terrence Malick, il J. D. Salinger del cinema hollywoodiano, dopo un silenzio durato venti anni, è una magnifica sinfonia sull’orrore della guerra e sull’estasi arcaica e immutabile della natura. ll confine da difendere ha un nome carico di storia, di morti e di memorie dolorose: Guadalcanal. Su quelle colline, in quella giungla, tra gli alberi e i villaggi di quell’isola gli uomini di una compagnia dell’esercito vivono la loro battaglia mentre il regista cancella il ricordo, l’iconografia e soprattutto il tempo del cinema di guerra. Ci sono gli ordini secchi e perentori, la cima da conquistare, i colpi di cannone, le granate, le mutilazioni, le ferite, lo scontro con i nemici, il fuoco e il fumo delle armi. Malick film successivo in archivio conosce molto bene i materiali, le situazioni, gli archetipi e gli stereotipi dell’epica bellica e le cadenze omeriche con le quali descrivere atmosfere e gesta. Intorno e dentro queste atmosfere e queste gesta, spesso sospese e dilatate, si impongono allo sguardo i cieli infiniti, le piante, l’acqua, gli animali, la luce e gli spazi, inquadrati con la purezza estatica del cinema muto, con l’incanto sensuale di Murnau, il conflitto tra i giapponesi e gli americani introietta l’eterna contrapposizione tra cultura e natura, i dubbi filosofici ed esistenziali. Le voci fuori campo, tecnica narrativa che il regista riprende dai suoi due unici film precedenti, La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978), diventano un coro frastagliato di voci interiori, una gamma di emozioni e conoscenze, di saggezze e di convinzioni. La guerra, ai tempi di Omero e di Joyce, è un evento collettivo e la macchina da presa scivola, lenta, rispettosa, pacificata sulle facce e sui pensieri. Il soldato Witt, il capitano Staros, il capitano Gaff, il tenente colonnello Tall, il sergente maggiore Welsh, il sergente Keck, il sergente McCron e tutti gli altri sono le solitarie e anomale flessioni di un mito battezzato con il sangue.

Emanuela Martini – filmtv

La terza regia di Terrence Malick è arrivata a vent’anni di distanza da I giorni del cielo (1978) e dopo un volontario esilio dal mondo del cinema. Nuovo adattamento del romanzo di James Jones (la precedente versione, La sottile linea rossa del 1964, è stata firmata da Andrew Marton), il film prende a pretesto il secondo conflitto mondiale per riflettere sul senso dell’esistenza, sulla cieca ferocia dell’essere umano e sull’assurdità della guerra. Un racconto polifonico in cui i monologhi interiori dei vari personaggi accompagnano immagini di struggente bellezza arricchendole di un’aura filosofica, mentre la narrazione procede per ellissi, suggestioni visive e riflessioni spirituali, dando forma cinematografica a un ininterrotto flusso di coscienza che passa da un soldato all’altro, amplificando il disagio emotivo di ciascuno ed evidenziando le sofferte contraddizioni tra il pensiero e l’azione.

Come sempre in Malick, i personaggi si muovono sullo sfondo di una natura bellissima ma indifferente alle sorti umane, elemento né benevolo né maligno in grado di mettere a nudo miserie e fragilità sia di carattere individuale che universale. Un’opera complessa e struggente, profonda e memorabile, capace di parlare con uguale intensità agli occhi, alla mente e al cuore dello spettatore. Il ricchissimo cast di divi sarebbe potuto essere ancora più cospicuo: alcune star (come Leonardo DiCaprio, Nicolas Cage, Brad Pitt e Kevin Costner) sono state scartate dal regista; altre hanno visto il loro ruolo cancellato in sede di montaggio (Gary Oldman, Mickey Rourke, Viggo Mortensen, Martin Sheen e Bill Pullman). Orso d’oro a Berlino e sette nomination all’Oscar, ma nessuna statuetta vinta. Il titolo si rifà a un verso di Rudyard Kipling: «Tra la lucidità e la follia c’è solo una sottile linea rossa».

longtake.it

videoMALICK –  lunedì del  LUX    ottobre-dicembre 2004
James Jones e il cinema –  cinema TORRESINO   ottobre-dicembre 1999

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