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Si muore solo da vivi

Alberto Rizzi

Orlando ha tutta l’aria del perdente: a quarant’anni vive alla giornata sulle sponde del Po, pigro, solitario e sulla via della resa. Finché il terremoto del 2012 non lo costringerà a mettersi di nuovo in gioco, tra nipoti a cui badare, vecchi amori che si riaffacciano dal passato e una band musicale da rimettere in piedi. Scenari romantici, momenti surreali e un’idea chiara di cinema. un esordio promettente.

Italia 2020 (95′)


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opo il terremoto che gli ha portato via il fratello e la cognata Orlando ha smarrito ogni direzione. Rintanato in una baracca su Po, lui che era stato il frontman della band Cuore aperto non suona più, e non riesce a tenersi un lavoro. I suoi genitori non sanno come scuoterlo dall’impasse, anche perché Orlando ha la responsabilità di Angelica, la nipotina undicenne rimasta orfana. Ma lui continua a vivere di ricordi, su tutti quello di Chiara, la donna della sua vita ora in procinto di sposarsi con un altro. A dare una scossa, questa volta positiva, alla sua vita sarà Giusi Granaglia, la ex manager musicale che lo spingerà a rimettere insieme i Cuore aperto.
Si muore solo da vivi è l’esordio alla regia cinematografica di Alberto Rizzi, fondatore del centro di produzione veronese di teatro e cinema Ippogrifo nonché attore e regista teatrale, ed è un esordio davvero promettente che dal palcoscenico prende il meglio: la capacità di scrittura (la sceneggiatura è di Rizzi e dell’ottimo Marco Pettenello, da un soggetto dello stesso Pettenello e di Valentina Zanella) e la selezione degli attori, che fra i comprimari include Ugo Pagliai, Marco Morellini e Barbara Corradini. Ma anche il cast di provenienza non strettamente teatrale lavora bene in squadra, a cominciare da Alessandro Roja forse nel suo ruolo migliore nei panni di Orlando, per proseguire con Alessandra Mastronardi (Chiara), Amanda Lear (la Granaglia), Red Canzian (il Grande Musicista) e la giovanissima esordiente Annalisa Bertolotti nel ruolo di Angelica. Anche la band è un mix ben riuscito: Neri Marcorè, Francesco Pannofino e i bravi Andrea Libero Gherpelli e Paolo Cioni. C’è anche un cammeo di Vito, a rimarcare quello che è un altro punto di forza del film: il legame specifico con il territorio della Bassa padana, che da sempre ha un mood tutto particolare. In questo senso Si muore solo da vivi è debitore sia di Veloce come il vento che della trilogia di Luciano Ligabue, per rimanere nel passato cinematografico recente: racconta perdenti carismatici e artisti sbullonati, mantenendo una bonomia e un’ironia tipica di quelle parti, così come quell’afflato poetico che appartiene naturalmente ad Alberto Rizzi.

Il regista-sceneggiatore non commette l’errore di restare ancorato allo schema teatrale ma rivendica gli spazi aperti della Bassa e crea scenari romantici e momenti lievemente surreali che fanno omaggio a Fellini e anche ad un certo cinema francese, ma trova la sua cifra narrativa originale e piena di tenerezza, tenendo ben salde le redini della recitazione corale del suo cast e allentando la presa quanto basta per farsi stupire in corso d’opera. Alcune pennellate di dialogo, pur nella loro letterarietà, sono le ali di questa favola contemporanea sulla necessità di seguire il flusso della vita senza fare il morto a galla, perché “uno non smette mai di essere musicista, però può smettere di suonare”. Rizzi ha una sua idea di cinema e la comunica con gentilezza e determinazione, senza imporre ma convincendo scena dopo cena, facendoci entrare in un mondo a parte fatto di latterie sociali e forme di parmigiano erranti, di motonavi che sembrano i battelli a vapore del Mississippi e di cefali volanti, seguendo uno swing da balera con la coscienza che “il funky è morto” ma che c’è chi lo balla ancora (e la scelta delle comparse danzanti è altrettanto azzeccata di quella del cast).

Paola Casella – mymovies.it

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