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Stalker

Andrej Tarkovskij

Al centro di una incolta regione industriale c’è una misteriosa Zona, militarizzata e recintata dal filo spinato. Da quando, molti anni, prima vi è precipitato un meteorite – o un’astronave? – avvengono fenomeni inspiegabili e sembra esistere una stanza magica, capace di esaudire i desideri di chi riesce ad arrivarvi. L’accesso è proibito dalle autorità e gli “stalker” sono delle guide illegali, gli unici che riescono a muoversi all’interno della Zona senza rischiare la vita. Molte persone sono disposte a pagarle pur di raggiungere quella stanza… Nel cinema di poesia di Tarkovskij la “filosofia” passa attraverso l’emozione delle immagini e Stalker, nella sua enigmatica compattezza, resta un’opera affascinate.

 

Germania/URSS 1979 (155′)

  Liberamente ispirato al racconto lungo Picnic sul ciglio della strada (1971) dei fratelli Arkadij N. e Boris N. Strugackij, scrittori di fantascienza, che l’hanno sceneggiato, il quinto film di A. Tarkovskij, e l’ultimo che girò nell’URSS, è, nella sua enigmatica compattezza, un’opera affascinate. Non è difficile riconoscere nello “stalker” e nei suoi congiunti le figure dei “poveri di spirito” dostoevskiani, degli umili evangelici che hanno bisogno della fede per mantenere accesa una scintilla di speranza e che si contrappongono agli intellettuali perché ormai, abbandonato ogni illusorio tentativo di intervento nella Storia, dei politici Tarkovskij più non si cura. Sotto il segno dell’acqua, non sembra sibillino il tema della contrapposizione tra la rigidità-forza e la flessibilità-debolezza che corrisponde alla vita. Come accade con i poeti – e Tarkovskij fa un cinema di poesia – la filosofia di Stalker passa attraverso l’emozione delle sue immagini.

Il Morandini – dizionario dei film

C‘è un luogo chiamato la “Zona”, uno spazio misterioso di cui non si conosce l’origine e in cui è possibile esaudire i propri desideri più reconditi. Le autorità l’hanno isolato, evacuando l’area circostante e circondandola di sorveglianti che impediscono l’accesso. Uno Scrittore in cerca d’ispirazione (Anatoliy Solonitsyn) e uno Scienziato curioso (Nikolay Grinko) decidono di accedervi ugualmente accompagnati da uno Stalker (Aleksandr Kaydanovskiy): questi, capace di eludere i controlli, è in grado di fargli da guida all’interno del pericoloso perimetro.

Liberamente ispirato al romanzo Picnic sul ciglio della strada (1971) di Arkadij e Boris Strugackij, Stalker è un profondo viaggio all’interno di uno spazio sublime, capace di attirare e spaventare, che tanto somiglia agli abissi della mente umana. Lo Scrittore e lo Scienziato, i cui continui scontri filosofici sono un ulteriore spunto di riflessione, sono due facce della stessa medaglia, rappresentativa di un’umanità ormai priva di fede e spaventata dal conoscere ciò che ancora ignora: entrambi si bloccano sulla soglia della Stanza, cuore pulsante della Zona, spazio atemporale dove a esistere sono soltanto il passato e il futuro, mentre non c’è spazio per il presente. Tarkovskij gioca magnificamente con la tavolozza cromatica, dalle tonalità seppia ai colori sgargianti, per scandire i vari momenti – e i vari spazi – del suo racconto. Vittima di un periodo infelice, anche a causa della sua cagionevole salute fisica, il regista russo trasferisce tutto il suo pessimismo in questa pellicola sulla vulnerabilità della mente umana e sui suoi desideri irrealizzati. Attraverso una messinscena maestosa, Tarkovskij ci guida, proprio come lo stalker che dà il titolo al film, in un’esperienza estetica straordinaria, valorizzata da una cornice di due sequenze (inizio-fine) da pelle d’oca. Magistrale anche per l’uso della musica: sono presenti il Bolero di Ravel e la Sinfonia n. 9 di Beethoven. Presentato al 33° Festival di Cannes, dove vinse il premio della giuria ecumenica..

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