Alpha

Julia Ducournau

Alpha è una tredicenne inquieta che vive sola con la madre in una città immaginaria degli anni Ottanta. Un luogo che richiama il caos e il fascino aggressivo della New York di quel tempo, tra graffiti, rumore e cemento. La loro quotidianità, già fragile, si incrina definitivamente quando Alpha decide di tatuarsi l’iniziale del suo nome, simbolo di un disagio che non riesce a esprimere. Ma quello è solo l’inizio. Ben presto Alpha si ritrova costretta a confrontarsi con il dolore, con il lutto e con l’idea spaventosa della morte.Tra rabbia e tenerezza, ribellione e paura, la storia è quella di un’adolescenza spezzata e ricucita, in un mondo che sta cambiando troppo in fretta e non concede tregua.


Francia/Belgio 2025 (128′)
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     C’’è una forza muscolare in questo cinema, una tenacia nel mostrare la vita come un continuo di situazioni infuocate, che è un piacere. Difficile non raccontare le singole scene del film senza sorridere di piacere per la maniera in cui l’espressività dello stile lascia uscire una parte dell’animo umano: quella della tensione verso l’obiettivo o della paura della morte. E che lavoro sul sonoro! Tutto finalizzato a non confondere ma esaltare. Che minuzioso montaggio di diversi piani di suoni, rumori, dialoghi e musica c’è per creare un caos che è in realtà ordinato e comprensibile, ma suona come un marasma confuso. È chiaro che un film così non è per il grande pubblico e può facilmente scontentare, se non proprio disturbare. Non cerca di piacere, non vuole mezze misure, ha le sue idee e procede dritto alla massima velocità dentro di esse. Ma a prescindere dai gusti, sono idee intelligenti e soprattutto è un cinema che parte dalle immagini, che è l’essenza di tutti i film migliori.

Gabriele Niola – wired.it

  Rispetto ai film precedenti, Alpha è più meditato e meno provocatorio, più silenziosamente apocalittico. Meno corpo che esplode, più corpo che cede. Un’opera cupa, sotterranea, che intende elaborare un lutto (il Covid? Le guerre? Il tramonto di una civiltà?). Ma anche un invito sottile, doloroso, alla resistenza umana. Non con l’eroismo, ma con la cura. La pietra può anche accogliere un abbraccio. La scrittura visiva di Ducournau è densa, icastica, a tratti quasi sacrale. Gli spazi familiari si fanno alieni, la casa diventa minaccia, le strade teatro del rifiuto. E la simbologia esplode: la pelle marchiata, il sangue che può contaminare, la pietra che vince sul respiro. Le immagini sono potenti, fin quasi a saturare il racconto (…) Ducournau non offre chiavi facili. Non chiude con un abbraccio riparatore, ma con un gesto lacerante: lasciare andare. L’unico modo per salvarsi. Come? Rimanendo umani, con la sola cosa capace ancora di sacralizzare la nostra vita senza sacrificarla invano: misericordia. Mercy Me, come canta Nick Cave. Non una resa, ma una scelta. L’ultima forse che ci resta.

Gianluca Arnone – cinematografo.it 

   Ducournau punta ancora sul body horror (e sul mondo femminile). E se in Titane la ballerina – protagonista aveva una placca di titanio impiantata in testa, qui assistiamo a nuove mutazioni fisiche, dolorose, visive. Alpha è troppo giovane, lo dice, per assistere a quello che vede, alle ansie (sue) e di chi la circonda, ma è l’unica a rendersi conto ad un tratto dell’irrazionalità dirompente, della mancanza di empatia generale, della pressione opprimente che anche un personaggio come il suo non è pronto a combattere (ma chi lo sarebbe?). Vede la vita e la morte, fissando negli occhi il nostro lato oscuro, riguardo la paranoia, la fobia, nei confronti dei malati AIDS (Philadelphia di Jonathan Demme fu da esempio e insegna). Per questo Alpha non lascia scampo, è un film forte, allegorico, dirompente e schiacciante.

Andrea Giordano – vogue.it

   Definire Alpha un body-horror sarebbe riduttivo. Più corretto sarebbe chiamarlo un body-drama, perché ciò che viene messo in scena non è tanto l’orrore della trasformazione, quanto il dramma di un corpo che non può vivere liberamente la propria adolescenza. Il corpo di Alpha vorrebbe crescere, sperimentare, desiderare, ma si trova costantemente ostacolato da una malattia che impedisce la carnalità e annulla qualsiasi vicinanza fisica. È un cinema che parla di frustrazione, di desideri interrotti, di esperienze negate, ma anche della capacità di resistere al silenzio e alla pietrificazione. Il mondo in cui il film è ambientato sembra voler rinascere, ma non ne ha la forza. È un universo al capolinea, sospeso tra rovina e polvere. Non si tratta di un contesto post-apocalittico spettacolare, quanto di una realtà intima e fragile, quasi interiore: il paesaggio esterno rispecchia quello interiore dei personaggi, entrambi incapaci di rigenerarsi. La sensazione dominante è quella di un’attesa senza fine, di un tempo che non porta più salvezza (…) Ciò che resta, al termine della visione, non è una trama chiara né una morale esplicita. Alpha non vuole essere decifrato, ma attraversato. È un viaggio nell’inquietudine, un pellegrinaggio nella carne e nel silenzio, un confronto diretto con le nostre paure più profonde. Ducournau non ci offre appigli, ci obbliga a guardare là dove non vorremmo mai posare gli occhi. Eppure è proprio in questa forzatura, in questa resistenza, che il suo cinema rivela la sua forza: l’arte non consola, ma costringe a vedere. Alpha si conferma come un’opera radicale, fedele all’idea di cinema che Ducournau ha sempre perseguito. Non è un film che cerca il consenso, ma un atto di coraggio, un gesto creativo che rifiuta qualsiasi addomesticamento. Un’opera che resterà nella memoria non tanto per ciò che racconta, quanto per ciò che fa vivere: un’esperienza emotiva, sensoriale e corporea che scuote e trasforma.

Cliff – nerdalquadrato.it

    Un film chen fa nulla per evitare di essere dichiaratamente respingente, ma ogni inquadratura trasuda cinema al 100%. Una nuova deriva oltre il body horror. Impetuoso e abbagliante… soffocante, ma anche devastante. Alpha è (anche) una storia familiare sulla tossicodipendenza. È il film più estremo e cupo della regista, quello in cui i cadaveri (del cinema) potrebbero essere sepolti per decenni, secoli, prima di tornare a muoversi nella notte. Si presenta totalmente respingente. Ha l’impatto di un pugno in pieno volto ma anche di un’indimenticabile notte di sesso. Per questo ancora più degli altri due film, stavolta la cineasta non ha mezze misure nel filmare la bellezza della mostruosità e gli abbracci perduti e ritrovati. Alpha è un cinema impetuoso e abbagliante, tra più radicali degli ultimi anni. Il contagio (sensoriale) – anche nella contrapposizione tra dolore e piacere – si insinua come un virus, in una sinfonia dissonante che continua a rimbombare nella nostra testa.

Simone Emiliani – sentieriselvaggi.it

 

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