The Mastermind

Massachusetts, anni Settanta. James Blaine Money è un falegname disoccupato insoddisfatto della propria vita. Pur di riscattarsi, pianifica un furto di opere d’arte dal museo locale, ma le cose non vanno come previsto e si ritrova costretto a una latitanza in giro per gli Stati Uniti. Sullo sfondo della guerra del Vietnam un film con una sfumatura malinconica, che riflette sullo smarrimento di un’intera generazione di fronte agli orrori del presente.


USA 2025 (110′)
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    Poeta di personaggi che, come dice lei, «stanno al perimetro», Kelly Reichardt posa lo sguardo sul furto d’arte compiuto da un gruppo di studenti in questo film più narrativamente articolato del solito. Scritto dalla regista di First Cow Meek’s Cutoff senza il suo abituale collaboratore, il romanziere Jon Raymond, The Mastermind, è un’avventura di quadri e rapina, ambientata sullo sfondo dell’America nixoniana e delle prime contestazioni contro la guerra in Vietnam, un semi-noir che ricorda l’esistenzialismo con cui Jean -Pierre Melville rielaborava l’hardboiled, senza però perdere lo humor e la dolce complicità che Reichardt porta da sempre ai suoi personaggi. Il film inizia in un piccolo museo del Massachusetts (in realtà la Cleo Rogers Memorial Library di Columbus, Ohio, disegnata da I.M. Pei), dove James Mooney (Josh O’ Connor, abbigliato come Jasper Jones, in un’interpretazione precisissima, che a tratti ricorda Tati o Keaton) è in visita con la moglie (Alana Haim, la protagonista di Licorice Pizza) e due bambini. Mentre i suoi girano allegramente per le stanze soffermandosi qua e là ad osservare quadri e oggetti – non è la prima volta che sono lì, l’arte è parte delle consuetudini – James ha altro in mente. Al momento è un muratore disoccupato, che manda avanti la famiglia a forza di espedienti, sfangandola perché è figlio di un importante giudice locale (Bill Camp) e ha una madre che gli passa i soldi sotto banco (Hope Davis), anni prima James era studente di pittura. La memoria di quel periodo e il sogno giovanile di una vita «ribelle» – associata alla creazione artistica, disprezzata dal padre – non lo hanno mai abbandonato. Così, per risolvere i suoi problemi di denaro e di identità ordisce una rapina lampo al museo. Ispirato a un furto analogo avvenuto nel 1972 a Worcester, quando un gruppo di ragazzi entrarono e, nel giro di pochi istanti, uscirono, portando con sé quadri di Rembrandt, Picasso e Gaugin, colpo fulmineo di James prende di mira non dei grandi maestri della pittura internazionale ma un gruppo di tele di quello che è considerate il primo modernista americano, Arthur Dove. La falsa semplicità dei paesaggi colorati, vagamente lisergici e molto Klee di questo pittore molto caro a Reichardt, è quasi un ammicco alla falsa semplicità del cinema della regista, al suo minimalismo ricercato, franco e laconico. La condizione di outsider è intrinseca ai personaggi di Reichardt, come la solitudine, spesso un po’ patetica, dei loro sogni. Il titolo del film, The Mastermind, è ovviamente ironico, dato che la parola suggerisce genialità e controllo. E il grandioso piano di James, ordito in collaborazione con due falliti peggio di lui, si evolve in una catastrofe. Da cui ne nascono altre, a catena, portando il nostro protagonista non più al centro delle cose, ma ai suoi margini – in fuga come il personaggio di Richard Gere in Oh Canada, di Paul Schrader.
«La domanda ricorrente nei miei film riguarda l’individuo e il suo posto nella comunità, nella società intorno a lui, o nel mondo. Puoi veramente rimanere separato da quello che ti circonda o, prima o poi, il suo vortice ti inghiotte. C’è qualcosa che ci unisce più di quel vortice?» ha detto la regista in un’intervista a «Hollywood Reporter». Un riferimento, il suo, magnificamente riflesso nelle scene finali del film in cui James – perennemente in fuga da sé stesso e dalla realtà che gli sta attorno – viene letteralmente risucchiato dalla Storia. Siamo in un film sugli anni Settanta, sull’America che si «sveglia», che però ci parla obliquamente del presente. The Mastermind è, come al solito, anche un film su quel paesaggio americano (qui, dalla cittadina del Massachusetts, si sposta Vermont con la parte finale, bellissima in Ohio) che Reichardt conosce dal di dentro come solo può chi lo ha percorso avanti e indietro in macchina perdendosi lontano dalle coste. La ricerca sui colori, sulle architetture, sugli spazi è magnifica -il ritratto fuggente di un’America di mezzo che non è un mare rosso di cappellini Maga – e The Mastermind ritorna ai temi del viaggio di Old Joy, Wendy and Lucy e First Cow. Nuovo, oltre alla trama più definita dei suoi film precedenti, e invece l’uso della musica, qui impiegata come un vero contrappunto all’avventura. Però la scelta jazzata e scomposta (di nuovo un cenno all’America vista dalla Francia, alla Nouvelle Vague e a Melville) – il compositore è il musicista/artista sperimentale Rob Muzarek – funziona benissimo.

Giulia D’Agnolo Vallan – ilmanifesto.it

   …È innegabile il talento di Reichardt nel ricreare alcune inquadrature di grande fascinazione d’epoca, simili a veri e propri quadri: il finale rappresenta forse l’apice pittorico in questo senso (…) s’intravedono interessanti stoccate alla storia americana e qualche riferimento non troppo velato alla guerra del Vietnam (…) Un risultato è abbastanza affascinante, soprattutto per il fatto che la cineasta prosegua un interessante discorso filosofico sulla ”inutilità” dell’arte – come suppellettile di un’incapacità di vivere appieno la vita, come rifugio ma anche come maledizione – già evidenziato nel suo precedente Showing Up

longtake.it

    Voleva realizzare un heist movie stravolgendone le regole, e il gioco le era quasi riuscito… Ma anche l’esperta e intelligente Kelly Reichardt alla fine ha dovuto piegarsi alle necessità narrative di un genere tanto codificato. Ma attenzione a parlare di sconfitta! Per quanto la regista non sia riuscita a superare la classica suddivisione in tre atti della storia e il film a un certo punto sembra senza punti di riferimento… è questo il suo bello. Come quello del suo anti-eroico protagonista, anche il suo “colpo” non va come aveva sperato. Ma ciò non toglie che questo suo esperimento cine-socio-antropologico sul fallimento, sulla delusione delle aspettative e sulle derive dell’illusoria ricerca del successo negli States (e non solo), risulti interessante. Di certo come ritratto del del post “sogno americano”. Belli anche questi anni 70 che vanno oltre l’estetica vintage: il mondo qui è un microcosmo di criminali inaffidabili e donne vanitose e depravate. Quasi una parodia neorealistica fatta di disincanto e malinconia. Non c’è spettacolarizzazione: tutto è normale, quasi banale, minimo. Come certe sequenze (il trasporto delle tele, la colazione familiare, una telefonata che non arriva). Una anatomia della sconfitta della quale sorridere amaramente, ma utile a ricordarci quanto il cinema non sia altro che una rilettura della vita troppo spesso esageratamente abbellita e drammatizzata.

Mattia Pasquini – style.corriere.it

 

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