In crisi esistenziale, abbandonate la carriera di pianista e le origini borghesi, Robert Eroica Dupea, detto Bobby, si dedica ad un vagabondaggio senza meta, di città in città, in compagnia di Rayette, una ragazza un po’ svampita che si innamora di lui. Lavora in un pozzo petrolifero in California ma, quando apprende che il padre è gravemente ammalato, si licenzia e, accompagnato da Reyette, fa ritorno a casa. Ma è solo una nuova tappa del suo tormento esistenziale: dopo aver sedotto Catherine, la raffinata fidanzata del fratello, Bobby riparte, ormai destinato al vagabondaggio.
Five Easy Pieces
USA 1970 (96′)
Opera seconda del regista Bob Rafelson, che torna a collaborare con Jack Nicholson dopo Sogni perduti (1968), Cinque pezzi facili è (giustamente) annoverato come uno dei migliori film della New Hollywood (corrente cinematografica nata e sviluppatasi in America a partire dalla fine degli anni Sessanta) ed è il lavoro che ha consacrato su scala internazionale il talento del suo attore protagonista. Una drammaticità di fondo sapientemente dosata, si unisce a una critica feroce contro la società americana che illude i giovani sognatori come Bobby, per poi soffocarli miseramente. Il protagonista, infatti, stufo della rigidità familiare da cui proviene, taglia i ponti e parte, sognando invano di emergere e potercela fare con le proprie forze. Rafelson mette in scena la solitudine dei vari personaggi, e per farlo adotta una regia assolutamente funzionale allo scopo, con campi lunghi che isolano i personaggi nell’inquadratura o, al contrario, con quadri più stretti e ravvicinati (soprattutto negli interni) che li soffocano ulteriormente. Con questa pellicola il regista ha messo in scena in maniera esemplare sia il sogno americano infranto che l’inquietudine di una famiglia che non sa più come affrontare la realtà (memorabile il “dialogo” tra Bobby e suo padre, da soli, al tramonto). Godibile e coinvolgente dal primo all’ultimo minuto, Cinque pezzi facili porta con sé una grande dose di amarezza che lo permea fino all’apice finale. Indubbiamente la vetta del cinema di Bob Rafelson e il suo manifesto stilistico dal quale non riuscirà più allontanarsi. Quattro nomination agli Oscar: miglior film, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista (Karen Black) e miglior sceneggiatura originale.
longtake.it

Straordinaria opera seconda di Rafelson (il primo film, Head, raccontava le disavventure musicali del più strampalato e sublimemente “finto” gruppo della storia del rock: i Monkees) che si inscrive perfettamente nella parabola estetica del grande cinema americano a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 tra complotti e sogni infranti. Cinque pezzi facili possiede la stupefacente capacità di narrare tutta la disillusione del sogno a stelle e strisce a partire da un microcosmo familiare come crogiolo di dinamiche psicologiche destinate ad attorcigliarsi su se stesse per dare luogo a quel senso di insoddisfazione sociale inaugurato dalla dialettica tra immobilismo borghese e illusione proletaria di trasformazione. Spaccato implacabilmente storico seppur descritto in maniera laterale, ai margini non ben definiti di una Storia e di una Geografia americane che proprio su quel senso di indefinitezza hanno tentato di ridisegnare i confini di un paese che stava misurando una graduale perdita di identità socio-politica sul metro di un grande conflitto ideologico, più che di classe, fomentato dall’eminente contraddizione tra pulsioni centrifughe alimentate dall’illusione di libertà e forze centripete fondate sull’ossessione reazionaria di controllo (dei poteri).
Film che adotta la fin troppo abusata metafora del nomadismo per esprimere la condizione tormentata di chi non si adegua ad una dialettica sociale destinata allo scacco, incarnata da Robert Eroica Dupea (un Nicholson inenarrabile), esemplare figura del disagio esistenziale, scisso, lacerato, splendidamente compulsivo, nei gesti, negli sguardi, negli atteggiamenti di colui che si muove sempre sul crinale di un baratro esistenziale. Il loser che fugge da un America che nega un ruolo a chi si sottrae dal conflitto socio-ideologico, che guarda con suprema disillusione e scostante nichilismo le magnifiche sorti e progressive di un mondo che ha già sancito la vittoria del Capitale. Robert, un personaggio che mostra tutto il suo cinismo nei confronti di chi gli propina l’invasività dei sentimenti (quelli imborghesiti di Catherine), o peggio, dei sentimentalismi (quelli della insulsa fidanzata Rayette), lui che preferisce prendere atto di un ineluttabile senso di incomunicabilità come gabbia dei rapporti umani (l’educazione musicale del nucleo familiare ha condotto i Dupea all’isolamento sociale, il padre non è più che un’inquietante presenza silenziosa); un’incomunicabilità fortemente connotata, quasi antonionianamente, dai lunghi e dilata(n)ti attraversamenti spaziali (i frequentissimi campi lunghi on the road) e da uno sbalestrante senso di sur-place temporale, inquadrature “vuote”, controcampi “differiti”, tempi straordinariamente morti.
Mauro F. Giorgio – spietati.it

Sul finire del 1970 arriva in sala Cinque pezzi facili conquistando un apprezzabile successo di pubblico e critica. Cambia la musica (nei film si fanno sempre più spazio il folk e il country), cambiano le consuetudini hollywoodiane, e negli Stati Uniti per un miracoloso decennio grande industria cinematografica e libertà artistica camminano una di fianco all’altra. È la New Hollywood, fieramente distante dalle dinamiche consolidate e polverose della tradizione americana. Emerge una nuova nazione, confusa, rarefatta, con molte meno certezze rispetto alla smagliante sicurezza di sé che fino a quel momento traspira in buona parte anche dal cinema autoctono. È un nuovo cinema scapestrato, nomade, che si dirige a raccontare microcosmi suburbani, ribellioni culturali e comportamentali, o sommessi disagi esistenziali. La traiettoria di vita disegnata da Bobby Dupea, personaggio principale di Cinque pezzi facili è in tal senso emblematica. Lo conosciamo come operaio alle pompe di petrolio in California. Conduce una vita disordinata, al fianco di una svampitella, Rayette, che stravede per lui e che spesso riceve in cambio disprezzo e maltrattamenti. Qualcosa agita Bobby, lo rende irrequieto, irriducibile. È una sorta di spleen generazionale, un mal de siècle fine anni Sessanta che rende imprevedibili i destini di uomini in fuga dalle rigide maglie del conformismo. (…) Quella di Bobby non è una ribellione prettamente ideologica, e forse neanche fino in fondo cosciente del suo peso e del suo significato. Perché Bobby malsopporta il conformismo ma al contempo è sgradevole con la sua donna, ne corteggia sfacciatamente altre in sua presenza, all’ombra di un maschilismo esacerbato che non dimostra grande amore né rispetto per il genere umano (…)
In tal senso l’ammirevole opera seconda di Bob Rafelson raccoglie suggestioni dal suo tempo e lascia sul proprio percorso tracce seminali per quel che sarà il cinema americano di un intero decennio. Grande merito è da attribuire anche alla fotografia di László Kovács, già responsabile delle luci di Easy Rider, che conferisce al film una temperie malinconica e crepuscolare, tenue e incorporea (…) Agli albori degli anni Settanta Cinque pezzi facili dà conto di un desolante senso di sconfitta. La contestazione, individuale o sociale che sia, pare aver già fallito, è un capitolo chiuso che conduce dalle parti della perdita di se stessi. In società sembra non esserci alcun orizzonte vivibile, vecchio o nuovo. Non resta che prendere il primo passaggio da uno sconosciuto a una stazione di servizio. Senza meta, senza progetti. Rinunciando, in ultima analisi, al peso specifico dell’esistenza stessa.
Massimiliano Schiavoni – quinlan.it







