Cresciuta in un ambiente distrutto da violenza e alcol, dopo un’infanzia segnata da abusi, l’irrequieta Lidia trova rifugio nel nuoto agonistico, nelle esperienze sessuali, in relazioni tossiche e nella dipendenza, prima di trovare la propria voce attraverso la scrittura. Memoria, il corpo e il desiderio per un potente racconto di autodeterminazione femminile.

The Chronology of Water
USA/Francia/Lettonia 2025 (133’)
film edito solo in Versione Originale Sottotitolata



Nella sua opera prima, realizzata a 35 anni, Kristen Stewart (anche sceneggiatrice) porta sullo schermo il romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch e segue la sua protagonista nella sua trasformazione passando da un passato, soprattutto familiare, difficile segnato dalla violenza e dall’alcol e alle aspirazioni come promessa del nuoto, al riscatto nella letteratura dove ha trovato nelle parole una libertà inattesa. La memoria emerge dalla fisicità e dalla parola, che oltrepassa la dimensione verbale e diventa un gesto. Attraverso uno stile volutamente ‘indisciplinato’, The Chronology of Water smembra le forme classiche del biopic che stavolta è pima di tutto un viaggio mentale. Suddiviso in cinque capitoli (Holding Breath, Under Blue, The Wet, Resuscitations, The Other Side of Drowning), il film è allucinato e disturbante, ma trova molteplici punti di contatto con la sua protagonista con cui condivide questa ansia di scoperta. Lo sguardo della regia diventa coincidente con quello di Lidia, un ruolo che sarebbe andato benissimo per la stessa Stewart e che invece lei affida a Imogen Potts, quasi un suo doppio che convive con l’ombra angelica della sorella interpretata da Thora Birch. In più trova una sua bellezza interiore che si manifesta anche in alcune scene che sembrano come ‘incantate’, dalla sua prima lezione al momento in cui è distesa con il compagno vicino le rotaie del treno, un paesaggio dal taglio impressionista. Stewart ha l’impeto di un pittore. Il suo film è come composto da tanti schizzi di colore gettati sulla tela. Non cerca un proprio stile e neanche un equilibrio. Nel suo caos, anche nella sua confusione, galleggia però in quella dimensione tra la vita e la morte, la memoria e l’aldilà di Il giardino delle vergini suicide. Fa sentire il sangue nella bocca come Flaubert faceva con l’arsenico in Madame Bovary. Per questo è impetuoso, irruento, sgraziato ma brucia di passione, quella in cui c’è una fame di cinema.
Simone Emiliani – sentieri selvaggi.it

Un film fuori dall’ordinario che osa portare in scena una storia “scandalosa”, raccontata nell’omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, un coacervo di tematiche complesse mescolate tra loro difficile da trasporre sullo schermo. Le violenze e gli abusi in famiglia, l’incesto, i traumi infantili, la sorellanza, la sindrome di Stoccolma e quella dell’abbandono, le dipendenze, la salute mentale, il desiderio e l’indipendenza, il lutto e la sua elaborazione, la scrittura come terapia e molto altro ancora. Sarebbero bastate poche pagine a farne un film denso, il merito di Stewart è aver voluto trasporlo tutto nella sua forma frammentaria originaria, divisa in capitoli in modo tutt’altro che tradizionale. Sin dalle prime immagini rifugge infatti ogni intento didascalico, procede per flash piuttosto: un tuffo sott’acqua, del sangue, occhi in lacrime in primissimo piano. La storia da raccontare è uno specchio rotto i cui frammenti pulsano di ricordi, e «i ricordi sono storie». Storie non sempre facili, da vivere prima ancora che da trattenere nella memoria. Trattenere è proprio il verbo che rifugge Stewart: non trattiene nulla, mostra tutto, il suo film è un flusso inarrestabile di immagini ed emozioni. Un flusso amniotico di immagini ed emozioni che non teme l’indicibile e il conturbante. Un film drammatico coerente con il titolo: non segue alcun ordine e alcuna cronologia, se non quella dell’acqua appunto, perché è un film strabordante di liquidi…
Claudia Catalli – mymovies.it

“Ho incontrato per la prima volta La cronologia dell’acqua nel 2017 sul mio Kindle. Fin dalla prima pagina ho sentito una corrente elettrica: un viaggio frastagliato e non lineare attraverso trauma e memoria, diverso da qualsiasi cosa avessi mai letto. Dopo 40 pagine ho avuto una reazione fisica: ho posato il libro e ho detto al mio team che dovevo parlare con chi lo aveva scritto. Ciò che mi ha colpito è stata la frammentazione: Yuknavitch non offre una narrazione ordinata, ma frammenti di vita che il lettore deve ricomporre. Questo processo di ricostruzione è diventato il cuore del mio primo film. Amo Lidia, in un certo senso è sacra per me. Ci sono voci che ti aiutano a trovare la tua. Per otto anni ho scritto e riscritto – ho fatto centinaia di versioni – modellando una sceneggiatura che fosse effimera e neurologica come la memoria stessa. Il mio film è un invito a guardare la bruttezza, a confrontarsi con la vergogna e a riconoscere che il nostro corpo e la nostra storia ci appartengono. Spero che il pubblico esca dal film comprendendo che riappropriarsi della propria voce – attraverso la scrittura, l’arte o il racconto – è un atto di potere radicale” – Kristen Stewart