Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c’è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata.

Kvinde ukendt
Danimarca, Svezia, Lettonia (124′)
Venezia 83° – Leone d’oro, coppa Volpi per la miglior attrice
VENEZIA – Le immagini di una donna a cui vengono brutalmente tagliati i capelli evoca immediatamente la drammatica situazione femminile di quelle donne compromesse con il nazismo e messe al bando sociale nel primo dopoguerra alla fine dell’occupazione. Ma l’infierire su quel corpo, quel mettere a nudo la colpa è così fortemente connesso con l’umiliazione del corpo femminile stesso che fin dall’inizio Mayy al-Tukhi sembra voler mettere in allerta il nostro sguardo nell’osservare le dinamiche con cui si rapportano giustizia e potere, sottomissione per colpa storica o per ruolo sociale. E la riflessione poggia tutta, incombente, sulle spalle della protagonista.

Siamo nel 1945 in Danimarca e Marie è arrivata a Copenaghen a fare da domestica e bambinaia nella casa di Christian, un ricco imprenditore (produce guanti). La sua algida avvenenza e il sua amorevole accudire la piccola Lenora le hanno aperto il cuore dell’uomo così che presto i due convoleranno a nozze. In un’atmosfera di austera serenità si inserisce però una crescente tensione dovuta al casuale incontro di Marie con un vecchio amico (?) il quale dopo averle rinfacciato di aver avuto una relazione con un soldato tedesco non arriva a denunciarla, ma non risparmia di imbrattare le finestre di casa con una croce rossa (simbolo della presenza di un/una collaborazionista).
Il detto e il non detto, l’ambiguità e l’ipocrisia diventano le chiavi di lettura di Woman Unknown, accompagnati da l’impietosa evidenziazione dei rapporti di forza tra le classi, della manifesta superiorità del patriarcato. Messa alle corde nel rischio di perdere l’agognata sicurezza sociale, Marie difende con determinazione la propria precarietà arrivando a trincerarsi dietro a un gelido cinismo morale e a compromettere l’unica amicizia che aveva saputo costruirsi. Essenziale il contributo dell’interpretazione di Mathilde Arcel che sembra voler invano far brillare nel suo personaggio una scintilla di partecipe emozione, oberata com’è dalle insidie del suo passato, dalla solitudine che il doppio ruolo le riserva in casa, dalle umiliazioni che come donna deve subire: dalla visita dal ginecologo all”esibizione” di fronte ai colleghi del marito, all’amara sudditanza psicologica che l’aspetta nel tanto agognato matrimonio.
Ma ciò che conta è comunque l’impeccabile regia con cui Mayy al-Tukhi costruisce il suo thriller dell’anima, usando il mezzo cinematografico con rigorosa coerenza e ricorrendo ad un attento taglio delle inquadrature, a una desaturazione della fotografia che va di pari passo col ridursi dell’empatia del racconto; e giocando fin dall’inizio sul contrasto cromatico tra il rosso e il bianco che via via si esplicita nelle divise della servitù, nei segni minacciosi sulle vetrate di casa, nei colori indossati da Marie nei momenti topici (prima nell’elegante vestito da sera, poi nel tradizionale abito da sposa), nell’evocativa immagine del manifesto…
Ezio Leoni – MCmagazine 115



