Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris e Lee vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ. Tra le emblematiche statue dell’isola, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso.

UK/USA/Cile 2026 (118′)
Venezia 83° – Coppa Volpi la miglior interpretazione maschile (John Malkovich)
VENEZIA – Un congegno narrativo perfetto: è la migliore definizione per Wild Horse Nine, l’ultimo film di Martin McDonagh. E senza che se ne intravvedano la costruzione e gli ingranaggi, come invece avveniva nel film precedente, Gli spiriti dell’isola. Il drammaturgo britannico di origine irlandese è ormai un habitué alla Mostra del Cinema: anche Tre manifesti a Ebbing, Missouri era passato di qui, vincendo il premio per la miglior sceneggiatura, prima di trionfare agli Oscar 2018 con l’accoppiata migliore attrice protagonista e miglior attore non protagonista. La capacità di disegnare personaggi paradossali e di affidarli ad attori straordinari è una caratteristica del suo cinema, che brilla anche in questo caso: John Malkovich, giustamente premiato con la Coppa Volpi, e Sam Rockwell giganteggiano in un fuoco d’artificio continuo di battute e sguardi, dando vita ad una coppia indimenticabile.

Avete presente quei vecchietti un po’ svaniti, che in quanto tali possono permettersi di dire tutto, persino la verità? McDonagh parte da questo carattere: solo che qui l’anziano in questione, malato terminale e con problemi di memoria, è Chris (John Malkovich) , un veterano della CIA che di cose da raccontare ne ha davvero tante e ha cominciato a farlo, parlando a ruota libera e scrivendo le sue memorie. A sostenerlo, ma anche a controllarlo, la CIA ha messo un suo collega di vecchia data, Lee (Sam Rockwell), capace di uccidere con assoluta disinvoltura, ma anche di provare grande tenerezza per il suo amico: così i due, entrambi di stanza a Santiago del Cile nel 1973, partono per una settimana di vacanza per l’Isola di Pasqua. Ma l’incontro con due studentesse, appassionate sostenitrici del presidente Allende, a pochi mesi dal golpe rischia di rendere il compito di Lee molto difficile e di richiedere l’intervento del loro capo, MJ, un esilarante Steve Buscemi.

È sempre più evidente che il modo più adatto per parlare del nostro presente è la commedia più o meno nera, perché il grottesco e la satira sono in linea con i paradossi e la follia del mondo attuale. Non a caso scelgono questa chiave alcuni tra i film recenti più riusciti: dal capolavoro assoluto Una battaglia dietro l’altra di P.T. Anderson a Eddington di Ari Aster e Bugonia di Yorgos Lanthimos. L’importante è che il comico e il tragico, cozzando tra di loro, facciano scintille, e McDonagh è un vero maestro in questo. Dialoghi vertiginosi, così fitti e spiazzanti che quasi non riesci a star loro dietro, accenni che in un attimo materializzano l’ombra della morte e ti spengono il sorriso sulle labbra, battute sferzanti unite a sguardi malinconici. È come stare sulle montagne russe, in un’ ambientazione, l’Isola di Pasqua, già straniante di per sè, in bilico tra la dimensione turistica e la sacralità. E anche i nostri protagonisti si muovono tra forze estreme: tra cinismo e domande esistenziali, tra oblio e estrema lucidità. Perché il Chris di John Malkovich, così ironico e disilluso, ha ancora qualcosa da capire. A contatto col pensiero della morte e con la natura di Rapa Nui, che comunica con lui in profondità, si interroga su una vita come la sua e su cosa ormai possa fare la differenza: sapere a chi vada veramente la lealtà di Lee, dopo tanti anni passati insieme, sarebbe importante. Ma anche lasciare un segno positivo.

Oltre ai temi dell’amicizia e della morte, così cari a McDonagh, in Wild Horse Nine prende più spazio la dimensione politica. Anche a questo livello, come nella sfera privata del protagonista malato, c’è un’ombra nera che incombe: siamo nel ’73, a pochi mesi dal colpo di stato in Cile. Ma per gli Stati Uniti la perdita dell’innocenza è già avvenuta ed è continuamente richiamata con i riferimenti all’assassinio di Kennedy nel ’63. Però Chris sposta il momento ancora prima, accennando all’eliminazione di Patrice Lumumba nel ’61: sembra una battuta tra le tante, ma dalla lunga instabilità creata da quell’omicidio è nata in seguito una guerra che da 30 anni devasta il Congo. La frase di Chris è rivolta al fratello, un Tom Waits sullo sfondo della Monument Valley: andando così a ritroso, chissà se l’America l’ha davvero mai avuta, questa innocenza.
Licia Miolo – MCmagazine 115