Company

Casey Affleck

In una notte d’inverno del 1975, una misteriosa donna di nome Evelyn si presenta non invitata a una festa e racconta la storia di Tom, un anziano solitario che nel 1953 trae in salvo un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. L’attrice, per ingannare il tempo durante la notte, rievoca a sua volta una storia più antica: quella di una coppia di contadini che accoglie un giovane vagabondo tormentato, mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di efferati omicidi. A mano a mano che si intrecciano storie di generazioni diverse, Company diventa una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono e sui silenziosi gesti di compassione in grado di sanare anche le ferite più profonde.


Canada/USA 2026 (92′)

VENEZIA – Pensate al piacere quasi fisico che si prova quando iniziamo ad ascoltare una storia: il film Company di Casey Afflek, al suo terzo lungometraggio, è, ad un primo livello, un omaggio a questo momento. Dopo un’introduzione musicale estremamente evocativa, sulle note di Shelter from the storm di Bob Dylan, la magia dell’incipit è resa visivamente da una inquadratura piena di calore: che ci siano più persone o un solo ascoltatore, il luogo ci appare come un rifugio ( a questa sensazione fa riferimento il titolo), in cui il fuoco del camino illumina i volti dei presenti, intensamente rivolti verso il narratore. Questo piacere nel film viene ripetuto più volte e in questo modo evidenziato, perchè le storie sono tante, una dentro l’altra.

   È la notte di Natale del 1975, piove, quando una sconosciuta (Emily Alyn Lind) bussa ad una porta e viene accolta all’interno, dove si sta festeggiando. Per sdebitarsi Evelyn, come dice dichiamarsi, inizia a raccontare una vicenda avvenuta in Colorado nel 1953: Tom (Nick Nolte), un vecchio che vive isolato dal mondo, scorge il corpo di una ragazza (Caylee Cowan) quasi sepolto dalla neve e lo porta in casa. Quando si riprende, anche lei ha una storia da raccontare, che risale a qualche decennio prima. Poichè nei dintorni della loro fattoria sono avvenute morti misteriose di uomini e bestiame, una coppia di agricoltori (Adelaide Clemens e Scott McNairy) accoglie per fare da guardia un giovane e schivo vagabondo, Caleb: il ruolo è affidato dal regista al minore dei suoi figli, Atticus Affleck, al suo esordio sullo schermo. L’arrivo del ragazzo sconvolgerà gli equilibri, ma lasciamo allo spettatore seguire il filo di questa e delle altre storie, che emergeranno dal passato e lo porteranno fino alla peste nera del 1600. L’oscurità caratterizza ogni incipit. In un ‘inquadratura in campo lunghissimo distinguiamo appena qualcosa di cui vogliamo sapere di più: potrebbe sembrare il paesaggio naturale di un western crepuscolare, ma percepiamo un’atmosfera più misteriosa, più inquietante, e questa promessa verrà mantenuta. Il regista rivela che mentre girava un film in Romania è stato attratto dal folklore di questo paese e dai suoi racconti di mostri. Ma non è neppure il classico film gotico e il ritmo ce lo dice subito: lento, quasi meditativo, un ritmo a cui bisogna abbandonarsi per godere delle immagini e per accogliere il senso del film, degli sguardi ma soprattutto delle parole e dei silenzi dei personaggi.

Se l’ascoltatore a cui è rivolta la prima storia è per noi un mistero, che si svelerà un po’ alla volta, è molto chiaro il rapporto che la narratrice instaura con l’interlocutore della seconda storia, Tom, un anziano Nick Nolte, il cui volto, anzi il cui corpo intero sembra scolpito e indurito dal tempo e dal dolore. La morte prematura della moglie, che lui ritiene fosse evitabile, lo ha condannato ad una vita di risentimento: ora per Tom, vicino alla morte, l’ascolto così intenso e intimo della storia che la misteriosa visitatrice gli offre è finalmente una terapia salvifica, che forse può aiutarlo a trovare sollievo e pace. Dunque le storie una dentro l’altra non sono un gioco gratuito: il regista sottolinea come “ogni personaggio si trova in una fase diversa della sua accettazione di se stesso” e l’ascolto dei racconti può costituire una cura, che lo aiuta a capire e a elaborare la rabbia e il dolore che lo ingabbiano. Il percorso, che per alcuni personaggi dura lo spazio di una notte, per altri può richiedere più secoli… Ma la canzone di Bob Dylan, che aveva aperto il film e ora lo chiude, ci fa capire che questo vale per ognuno di noi.

Licia Miolo – MCmagazine 115

Lascia un commento