Diane disprezza gli uomini tanto quanto li desidera. Sua madre è stata violentata tre anni prima della sua nascita. Quando Diane lo scopre, ha un solo obiettivo: vendicarla. Ma la madre ha un unico pensiero in testa: diventare finalmente la donna che sarebbe dovuta essere. Tra chi vuole ricordare e chi vuole dimenticare, la tensione sale alle stelle.

Belgio/Francia 2026 (92′)
VENEZIA – L’indomita Diane scopre d’improvviso che sua madre da giovane è stata violentata. Quasi nello stesso momento, decide che quella storia riguarda lei. Non soltanto perché un trauma del genere oltrepassa i limiti delle generazioni familiari, insinuandosi crudelmente nei rapporti, nelle paure e persino inquinando le forme del desiderio, ma perché Diane compie subito un ulteriore e assai meno innocente passaggio: riconosce in quella violenza la possibile origine del proprio rapporto tormentato con gli uomini e, individuata la causa, si assegna il compito di emendarla. Bisognerà, allora, rintracciare l’aggressore, affrontarlo, vendicare la madre, agire, insomma, come se un dolore potesse essere trasmesso per ereditarietà e con esso il diritto di stabilire quale forma debba assumere la sua riparazione.

È in questo intimo slittamento, insieme comprensibile e arrogante, che Un détour par Diane individua il proprio tono. La confessione della madre diventa per Diane una spiegazione retroattiva di se stessa: se quella violenza ha deviato la vita materna, anche lei può pensarsi come il risultato tardivo della medesima deviazione. Il problema è che la madre non sembra avere alcuna intenzione di abitare il racconto che la figlia vorrebbe costruirle intorno. Ed è qui che un film che avrebbe potuto facilmente assumere i connotati di un “rape and revenge” virato nei toni dell’eccentrico devia la sua traiettoria, sino a domandarsi a chi appartenga un trauma nel momento in cui le sue conseguenze si propagano anche al di là di chi lo ha vissuto. Sirot e Balboni hanno l’intelligenza di non consegnare una simile domanda alla seriosità che parrebbe spettargli. Il fantasma di una nonna, i cappelli da cowboy, le gag sessuali, gli scarti fantastici intervengono, allora, ad ampliare le possibilità del racconto e ciò non al fine di alleggerire la violenza – sia bene inteso -, quanto di impedire che sia questa stessa violenza a imporre autonomamente un tono al racconto e a relegare la madre al passivo ruolo di vittima. Anche il western smette così di essere una decorazione cinefila: Diane entra nel film come una pistolera convinta che la giustizia possa ancora assumere la forma elementare di una resa dei conti a mezzodì, ma quella struttura archetipica si inceppa contro il tempo trascorso, contro persone che sono morte, disperse, cambiate, contro la sproporzione tra il desiderio di riparare e la possibilità concreta di farlo. È ben chiaro, a questo punto, il détour del titolo.
Diane cerca di uscire dalla propria traiettoria ripercorrendo ossessivamente qualcosa che appartiene al passato di un’altra persona e, nel tentativo di spezzare una ripetizione, rischia di riprodurla in una forma nuova: se la violenza ha sottratto alla madre una parte della propria libertà, la figlia può perpetuarne le insidiose trappole proprio nel momento in cui pretende di cancellarla, obbligando ancora una volta la genitrice a esistere in rapporto all’uomo che l’ha violentata. Il détour perde così progressivamente il valore negativo che Diane gli aveva attribuito. La vita della madre ha deviato; quella della figlia devia a sua volta quando scopre il segreto e si mette in viaggio; devia persino il film, che parte promettendo una vendetta e trova lungo il cammino una commedia, un western, una storia d’amore e infine un racconto, deliziosamente intimo e indocile, sull’eredità familiare.
Matteo Pernini – MCmagazine 115

